fbpx

L’Oceano Indiano, la Laguna e il bizzarro caso dell’omonimia partenopea

 

Samadhi lo ricorda in modo nitido: una strada come la A6, sulla quale viaggiamo da Dambulla in direzione Negombo, durante la guerra sarebbe stata impraticabile, disseminata di ordigni e presidiata da posti di blocco militari. Il lungo conflitto civile che ha sfregiato lo Sri Lanka dai primi anni ’80 al 2009, continua l’autista e compagno di viaggio, ha isolato per decenni il Paese dal resto del mondo, annegandolo nell’indifferenza e lasciando il suo popolo nella paura, un disastro che lo tsunami di tredici anni or sono non ha risparmiato. Ricordo una sensazione simile sulla via per Pocitelj, nel cuore della Bosnia: attraversare una terra talmente splendida e non riuscire a collegarla all’orrore è straniante.

Oggi tutto è cambiato: sfrecciamo su una lingua di asfalto liscio tagliando boschi rigogliosi, ci concediamo numerose soste in piccoli capanni che propongono svariate leccornie locali come il thambili, un enorme cocco arancione che un ragazzo incide con veloci tagli di machete e nel quale infila una canuccia, e sacchetti di guava condito con sale e chili. La giornata è tiepida e il cielo turchese dello Sri Lanka ci accompagna dai templi verso la costa.
A tratti, la strada abbandona la quiete per addentrarsi in piccoli centri urbani, agglomerati di case basse adornate da insegne colorate, dove le vie pullulano di gente indaffarata, auto e tuk tuk. Sembra uno di questi tanti piccoli paesi brulicanti di umanità quello in cui arriviamo giusto per l’ora di pranzo, eppure qui l’aria è diversa, fresca, trasporta la salsedine e i gabbiani volano bassi verso occidente: questo intrico di strade è la periferia di Negombo, ultima tappa del viaggio prima di saltare sul volo verso Abu Dhabi.

Pausa. Di un Negombo ho già sentito parlare: è un nome che lega questa a un’altra isola, situata circa 7.480 km a nord-ovest. A Ischia, in località Lacco Ameno, sorge infatti un altro Negombo ed è inutile sottolineare che non si tratti di un caso di omonimia in punti casuali dell’ecumene. Quando un certo Duca Luigi Silvestro Camerini sbarca sulle coste ischitane è il 1946 e rimane subito folgorato dalla bellezza della baia di San Montano. Lì, non può fare a meno di ricordare quanto questo paesaggio ricordi un’altra terra che lo ha conquistato al primo sguardo: la laguna di Negombo, quella singalese. L’affinità elettiva creatasi lo porta alla decisione di creare un simulacro di quel paradiso nel Mediterraneo, un grande parco tra acque termali e piante provenienti da ogni angolo del pianeta. Il progetto è ambizioso e l’opera imponente, tanto da essere portata compimento dall’erede del Duca stesso. E oggi in piena attività.

Il Duca, io e tutti gli altri

Non conosco (ancora) cosa abbia pensato il Duca una volta giunto qui ma, di per certo, il mio unico pensiero è levarmi di dosso la polvere accumulata da giorni di rovine, templi ed esplorazioni varie. Sono anche ben conscia di un’altra cosa, oltre che dell’essere impresentabile: né io né il Duca siamo stati i primi ad avere a che fare con questo luogo dal sapore mitologico, crocevia di culture e di personaggi con natali e intenzioni non sempre nobili.
Pare siano stati i portoghesi i primi europei ad affibbiare a questo luogo il nome di Negombo, mutuato da qualcosa che in singalese dovrebbe significare “sciame di api”. Il commercio della cannella, del tè e il grande porto protetto dalla laguna sono elementi fondanti di quella che diventa una vera potenza coloniale, nel XVI secolo. Tuttavia, prima dei portoghesi, dell’importanza strategica di quest’area ne sapevano qualcosa i mori, il cui sangue scorre tutt’oggi nelle vene di molti loro discendenti. Subito dopo arrivano gli olandesi e, con loro, la religione cattolica: questa zona è infatti conosciuta come Little Rome. Non perde tempo a ricordarmelo uno dei tassisti incontrati nella breve permanenza qui, il quale ha in bella mostra sul cruscotto una statuetta di Gesù; allo stesso modo, ricordano questo particolare anche le nicchie votive che non proteggono più colorati Ganesh, bensì statue votive della Vergine Maria. Prima dell’arrivo dei britannici, sono sempre gli olandesi inoltre a costruire la rete di canali acquatici, ancora oggi utilizzata dai pescatori.

L’Oceano, finalmente!

Negombo è una città affollata (che strano!): il suo mercato cittadino è un intrico di corridoi nel quale la luce del sole filtra attraverso le stoffe, un caleidoscopio di tonalità vivaci, e l’aria è fitta dell’aroma di spezie. Girare nel bazar è una di quelle esperienze nelle quali perdere il concetto di tempo e di spazio. I canali che intersecano le strade, dal canto loro, rimandano per davvero all’ingegneria olandese e le loro acque, sulle quali scivolano le barche in legno dei pescatori, fluiscono verso la laguna immensa: una distesa di acqua che non ha fine e che bagna, nella parte meridionale, una giungla lussureggiante. In città, i piccoli ristoranti in riva al mare servono crostacei appena pescati e da lì si arriva direttamente alla spiaggia, infinita e punteggiata dei passi dei piccoli granchi: una distesa che si adagia lungo l’Oceano Indiano, sulla quale riposano i catamarani e la sabbia dorata è spazzata dal vento. Non so se qui sia il Paradiso, la certezza è che sia un luogo in grado di accoglierti offrendo tutto il meglio: una serenità inondata dal sole.

Confessione di un’appassionata viaggiatrice ma occidentale impenitente: è anche il luogo in cui ho assaggiato un fragrante croissant dopo dieci giorni di astinenza, commuovendomi. E intendo dire realmente, con gli occhi lucidi.

Al mio ritorno sul suolo italico, quando mi è stato chiesto se effettivamente avessi trovato una sorta di illuminazione peregrinando da una parte all’altra dello Sri Lanka, ho dovuto riflettere per qualche secondo. In quegli istanti, mi sono resa conto che le illuminazioni non hanno niente a che fare con lampi di luce, visioni celestiali o musiche ultraterrene. Non capitano all’improvviso, piuttosto scorrono sottopelle e spesso palesano il loro averle vissute solo giorni dopo, magari mentre te ne stai con i piedi nelle acque dell’oceano. Sigiriya mi ha insegnato la relatività dei propri limiti, quelli che ognuno di noi crede di conoscere, mentre qui, sulle rive dell’oceano, realizzo che non importa quanto la strada sia lunga o impervia, la bellezza è sempre presente: è l’importanza della scoperta, il fatto che solo andando avanti e camminando è possibile far accadere l’inaspettato e davvero ritrovare se stessi tra grandi metropoli, antichi luoghi di culto, sorrisi di chi incontri.

Capisco molte cose (caro Duca, adesso sì!), sicuramente più di quante pensavo di capirne prima della partenza. Parafrasando una canzone, forse quando viaggiamo non cambiamo il mondo, ma cambiamo il mondo in noi.

Lascia un commento