Un monolito del cinema compie 80 anni: attraverso i suoi film, lascia una lezione di cinema e soprattutto di vita

 

80 anni: Jack Nicholson compie 80 anni! Mentre realizzo il significato di questra frase (quante generazioni si avvicendano in otto decenni? Quanti pianeti sono stati scoperti, monumenti costruiti, libri scritti?), nella mia testa scorrono, aggrovigliate, più o meno tutte le scene dei suoi film. Perché è con le immagini del grande schermo, molto più che con le rare interviste, che Nicholson ha trasmesso una grande lezione di cinema, fatta di amore e di impegno, a chiunque abbia avuto modo di osservarlo.

Dal debutto cinematografico nel 1958 al desiderio di godersi in pace la vecchiaia, l’influenza della sua personalità su cinefili e non è stata tutt’altro che trascurabile, trasformandosi spesso in lezioni di vita e stimolando la curiosità intellettuale verso le sue opere.

Nato a Neptune City (città che condivide con Danny DeVito) il 22 aprile 1937, con la sua carriera attraversa e traccia la storia del cinema recente. Di lui, il regista George Miller ha sottolineato più volte la totale capacità di fusione con i personaggi interpretati, così profonda da donare a ciascuno di loro un aspetto estremamente umano e originare il conseguente attaccamento dello spettatore, senza possibilità di remore.
Quello in Easy Rider è il primo ruolo importante: il suo monologo sui venusiani lo impone infatti, al mondo e a Hollywood, in modo definitivo. Il primo riconoscimento ecumenico, nonché inizio del tris di Oscar vinti, arriva poi nel 1975 con Qualcuno volò sul nido del cuculo: intensa drammaticità e istrionica improvvisazione collocano Nicholson nel gotha attoriale. Il suo eclettismo si impone tuttavia sensibilmente negli anni ’80, quando iniziano i ruoli più disparati: malavitoso, scrittore, folle, senzatetto… tutti senza alcun cedimento di impegno. Tra ben poche interviste, tonnellate di pettegolezzi, l’adorazione per le donne, una moltitudine di nomination ai premi più disparati e decine di film, il comun denominatore resta uno: l’estro geniale.

Tutte queste non sono forse ragioni sufficienti per considerare quali siano i cinque film di Jack Nicholson che hanno influenzato la vita di molti e, nella fattispecie, quella della sottoscritta? Eccoli.

 

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Shining

di Stanley Kubrick, 1980 (titolo originale “The Shining”)

Che Shining sia una pietra miliare del cinema è un concetto relativamente assodato, per quanto ribadirlo non sia un’azione sprecata. Tuttavia, questo film classe 1980 (come chi scrive, ndA) è una vera e propria fucina creativa: alla regia, la mano sapiente e meticolosa di Stanley Kubrick porta sul grande schermo il romanzo di un monolito della letteratura come Stephen King, gettando le basi per un big bang creativo assoluto. Se da un punto di vista squisitamente tecnico e narrativo il film è già di per sé a un livello alto, non vanno dimenticati tutti quegli aspetti tecnici e filologici che contribuiscono a renderlo unico: i costumi di Milena Canonero, le musiche di Béla Bartók e György Ligeti, il rimando alla fotografia di Diane Arbus nell’apparizione delle gemelle. Di certo, l’inabissarsi nella follia di Jack Torrance è la calamita in grado di tenere gli occhi dello spettatore fissi allo schermo, appassionarlo e terrorizzarlo, eppure sono questi tre elementi appena citati ad aver catturato la mia attenzione, trascinandomi nel fitto sottotesto di uno dei capolavori di Kubrick. Insomma, Jack Nicholson è il protagonista di un’opera che travalica i confini di genere e rimanda, scena dopo scena, a un labirinto di universi dissimili: letteratura, musica, narrativa, costume, ciascuno un approdo a nuova conoscenza. E il fulcro è lui stesso, nelle vesti di Jack Torrance che si trasforma in icona imperitura.

Lezione 1: non fermarsi alla superficie.

 

Qualcuno volò sul nido del cuculo

di Miloš Forman, 1975 (titolo originale “One Flew Over the Cuckoo’s Nest”)

Del romanzo di Ken Kesey da cui è tratto questo film, una cosa mi ha sempre lasciata allibita: pubblicato nel 1962, è stato tradotto in Italia quattordici anni dopo, edizione Rizzoli. A quel tempo, il volto del suo protagonista nell’immaginario collettivo era già quello di Jack Nicholson, direttamente dalla pellicola di Miloš Forman. La sensazione di incredulità deriva anche dal fatto che il titolo in questione sia uno di quei libri in grado di cambiare il modo di pensare del lettore, facendolo già dalla dedica in prima pagina:

A Vik Lovell che disse: i draghi non esistono, e poi mi condusse nelle loro tane.

L’opera, dalle pagine di Kesey alle immagini di Forman, affronta un tema complesso, controverso e delicato come quello della malattia mentale e del conseguente confronto con la società, ma non solo e non semplicemente questo. Il nodo intreccia altre tematiche ben più profonde e quotidiane, portate a galla dopo un’apparente stabilità come uno schiaffo, per sorridere, commuoversi e riflettere, talvolta nello stesso istante. Così irrompono sulla scena emarginazione, isolamento, paura della diversità.
L’interpretazione di Jack Nicholson (legata al suo primo Oscar) è al contempo dissacrante, struggente, incontenibile, in grado di catapultare chiunque all’interno non solo dell’ospedale psichiatrico dove il film è ambientato, ma nel profondo emotivo del suo personaggio.
Sono rare le opere in cui il senso della ribellione, intesa come presa di coscienza di un sistema oppressivo e del tentativo di libertà, sono così intimamente connesse all’individuo. E Nicholson porta in scena questo: un’anima ribelle nella sua evoluzione, dal primo all’ultimo minuto.

Lezione 2: i draghi esistono, ma affrontarli è possibile.

 

Qualcosa è cambiato

di James L. Brooks, 1997 (titolo originale “As Good as It Gets”)

Momento glicemico? Tutt’altro. Quella che sembra, almeno in apparenza, una commedia romantica, è in realtà una rivelazione più profonda sulla condizione individuale, un vero e proprio percorso di riabilitazione con se stessi e nei confronti degli altri. Il secondo Oscar vinto da Jack Nicholson lo vede impersonare un misantropo che, nella New York degli anni ’90, vive col il proprio disturbo ossessivo compulsivo, alienato dai sentimenti e dalla vita condivisa. Le vicende si susseguono fino a culminare in questa scena:

Ecco perché questo film è tutt’altro che trascurabile. Perché questa scena dice tutto e perché, qualora nella vita non accada d’incontrare un essere meritevole di questo complimento, con tutta probabilità ciò che manca è uno dei tasselli più significativi nello sconfinato mosaico esistenziale. Con una piccola postilla: qui non si parla di dipendenza o dell’altrui merito. Conoscere qualcuno che riesca a instillare in noi la volontà di essere migliori e, di conseguenza, esprimere al meglio la nostra vera essenza, è il punto mediano di un lungo percorso. La consapevolezza della necessità di abbandonare una condizione debilitante si realizza dapprima in noi stessi e poi, in uno stadio successivo, quando il confronto con l’altro non provoca più alcun timore. Realizzando appieno se stessi, gettare le basi di una relazione, che sia affettiva o di amicizia, è una vera epifania. Non per scomodare Aristotele, ma credo sia stato lui il primo a sostenere che riconoscere l’uno la virtù dell’altro e non considerare chi ci sta accando per fini utilitaristici o di mero piacere, sia il fondamento del vero affetto. Provare per credere.

Lezione 3: stare bene, per se stessi e con gli altri.

 

La piccola bottega degli orrori

di Roger Corman, 1960 (titolo originale “Little Shop of Horrors”)

All’inizio della sua carriera attoriale, Jack Nicholson entra nel cast di una commedia il cui percorso sarà abbastanza lungo nella storia, diventando un musical off-broadway e tornando di nuovo sugli schermi con un remake di metà anni ’80. Il film è ora di pubblico dominio e disponibile qui:

https://archive.org/details/TheLittleShopOfHorrors1960_765

Per quanto le pellicole in bianco e nero siano ormai distanti dalla comune sensibilità, questo film è una scoperta, così come lo è la sua ispirazione da un racconto di fantascienza, The Reluctant Orchid, che parla di un’orchidea assassina. Insomma, ben prima di Mars Attacks, Jack Nicholson ha avuto il suo da fare con strane creature.

Lezione 4: rispettare le piante, sempre.

 

Batman

di Tim Burton, 1989 (titolo originale “Batman”)

Folle, sadico e al contempo geniale nella sua totale assenza etica, il Jocker è uno dei più grandi cattivi dei fumetti, e non solo. L’interpretazione di Jack Nicholson nel Batman di Tim Burton si trova al cospetto di tutto questo, con il compito di dare un volto in carne e ossa alla figura bidimensionale, facendo dimenticare il telefilm degli anni ‘60.
Il risultato non si traduce in una semplice maschera, bensì mostra un individuo il cui volto trasfigurato è capace di espressioni di pura follia, un ghigno effusione di un animo corrotto. Quello di Nicholson non è stato l’unico Joker cinematografico degno di lode, ma di sicuro è diventato un archetipo, i cui successori (due nomi? Heath Ledger e Jared Leto) hanno guardato con riverenza, apprendendo dalla sua lezione tanto quanto dal Batman: The Killing Joke di Alan Moore.

Al di là dell’evoluzione stilistica che parte dai fumetti DC Comics e approda all’intensità di un film come quello di Cristopher Nolan, il merito di Nicholson è quello di aver portato una cupa inquietudine sullo schermo, aprendo la strada alla successiva libertà stilistica che ha caratterizzato l’esplorazione del personaggio, spingendola ai limiti espressivi. E poi, una postilla conclusiva: i cattivi sono spesso di gran lunga più interessanti, stratificati e complessi dei buoni (leggere dell’Innominato e compagnia per storiche referenze).

Lezione 5: Always be yourself, unless you can be Batman. Then always be Batman.

 

Dettaglio da non dimenticare: il protagonista di questo excursus è stato un attore monolitico ma anche regista, sceneggiatore e produttore, vivendo e respirando il cinema in ogni suo aspetto. Ribelle, sardonico ed eclettico, dal suo debutto ha solcato qualunque genere, affrontato qualsivoglia ruolo, è stato diretto da mostri sacri del cinema e ha diviso lo schermo (anche con ruoli minori) con altre stelle. Insomma, Jack Nicholson ci insegna che il genio non ha confini, l’espressività non ha limiti e la bravura, quella tangibile, non teme il confronto, non evita l’impegno e non ha paura dell’oblio.

Quindi, la domanda che tutti potremmo porre a noi stessi, nella quotidiana ostentazione, talvolta sterile, delle nostre azioni è: in un livello da uno a Jack Nicholson, quanto incredibilmente potrei essere versatile, appassionato e geniale? Quanto realmente ho contribuito a riconsiderare i miei limiti? Quanto davvero mi sono spinto oltre, migliorando me stesso e il mondo intorno?

Grazie Jack. E ottantamila di questi giorni.

Ed ecco la filmografia completa di Jack Nicholson.

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