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Al Museo Marittimo di Barcellona per ricordare l’importanza di una visione e del saper ascoltare. E che l’igiene personale può essere molto più utile di quanto si creda

 

Q uel che vide Pietro III d’Aragona quel giorno era di certo ben diverso da quanto appare qui oggi. Il profilo compatto del World Trade Center che si impone sulla costa, il monumento a Cristoforo Colombo a indicare il mare, traffico e turisti che sciamano incessantemente da una parte all’altra della città sono elementi estranei a quel panorama che ispirò la grande visione del sovrano. Eppure, è ancora possibile notare delle mura imponenti, leggermente nascoste dagli alberi: proprio lì dietro, si nasconde una storia fantastica, che risale a un tempo passato e ridisegna il Mediterraneo.

Lì è anche peraltro il posto dove, una dozzina di anni or sono, ho deciso il soggetto del mio primo tatuaggio. Coincidenze?

I Drassanes Reials di Barcellona: ovvero gli aragonesi contro tutti

Quelle mura sono i Drassanes Reials, i Cantieri Navali Reali di Barcellona, meglio definiti come uno dei monumenti navali più importanti del Mediterraneo. Oggi è possibile entrare in queste sale e scoprire il Museo Marittimo di Barcellona, spesso sottovalutato nelle guide cittadine e, a giudicare dall’ultima visita, mai abbastanza venerato.

I Drassanes si stagliano sulla costa catalana, ai piedi del Montjuïc, e la loro storia è antichissima: le prime pietre furono infatti poste nel Medioevo ma, come prima accennato, fu con Pietro il Grande, alla fine del XIII secolo, ad avvenire il miracolo. Proprio lui inizia i progetti di un luogo dedicato alla costruzione e manutenzione delle galee al servizio esclusivo della corona aragonese, in un tempo in cui l’attuale Spagna era divisa e in vari regni e uno in particolare, quello di Aragona, da sempre teso alla conquista del bacino mediterraneo. Del resto, fin dai tempi antichi una cosa era ben chiara:

Chi domina il mare, domina il mondo — Temistocle

Barcellona, con il suo arsenale, diventa così un punto cardine nella storia di un dinastia, di un regno e di un intero continente affacciato sul mare. Nel corso della loro storia, i Drassanes sono ampliati, accogliendo uffici commerciali, finanziari e governativi, a riflettere in unico centro la potenza reale. Qui sono state costruite e riparate le galee della corona d’Aragona ed è facile (almeno per la sottoscritta) immaginare un luogo brulicante di umanità, come carpentieri, tessitori, fornai e varie altre figure, almeno fino alla prima metà del 1700, quando gli arsenali traslocano a Cartagena. Solo nel 1936, e nonostante lo scoppio della guerra civile, nasce qui il Museo Marittimo della Catalogna: uno spazio dedicato alla cultura marittima che tanto ha segnato la storia del territorio. Bisogna però attendere mezzo secolo per vedere iniziare i restauri, conclusi pochi anni fa. Restauri che hanno rivelato come, ben oltre il Medioevo, qui ci fosse già una fucina di umanità viva e dedita alla vita sul mare, dando alla luce una necropoli del VI secolo.

Non semplici navi, bensì galee

Visitando le sale del MMB, immense, luminose ed interamente ricondotte a uno splendore senza tempo, è possibile rendersi conto di un dettaglio tutt’altro che trascurabile: esistono delle protagoniste tanto importanti quanto i personaggi della dinastia aragonese stessa, e sono proprio le navi.
Del resto, se il rapporto di Barcellona con il mare è atavico, l’espansione aragonese nel Mediterraneo non può prescindere dal periodo d’oro delle galee (galeres, in castigliano).

Nella visione del re prima citato, a tracciare la nuova rotta aragonese nella storia, l’intento è quello di trasformare Barcellona in una città grandiosa tanto quanto Venezia o, meglio ancora, soffiare il Mediterraneo all’egemonia italiana e di porti come Genova e Pisa, peraltro troppo impegnate a darsele di santa ragione per dare un’occhiata a ponente (come racconta il Villani nella sua Cronica). In seguito, tale rotta e una buona dose di accordi dinastici conducono il regno dalle coste spagnole fino alle isole greche, senza trascurare i vari regni italiani. La talassocrazia aragonese può essere tuttavia raggiunta solo assicurando una presenza indissolubile sulle acque mediterranee e questo avviene con le imponenti galee, che hanno il periodo di massimo splendore proprio in questi secoli.
E questa è una storia di mare che si interseca così tanto con lo sviluppo economico, architettonico e sociale di Barcellona da esserne inscindibile. È anche per questo motivo che il Museo dedica una mostra semi-permanente proprio a queste imbarcazioni, Drassanes i galeres, iniziata il 30 marzo scorso e che terminerà il 31 dicembre del 2020.

Negli spazi dei Drassanes Reials avviene di tutto: dalla raccolta degli alberi che si trasformeranno in scafi al rifornimento della cambusa, dalla tessitura delle tele delle vele alle decorazioni della polena. E queste galee solcano il Mediterraneo fino alla fine del XVII secolo, presentandosi enormi, lunghe fino a 50 metri nei quali stipare fino a 500 persone: marinai, artiglieri, soldati e rematori. In effetti, c’è qualcosa che va ben oltre la galea in quanto imbarcazione, ed è un dettaglio spesso lasciato in disparte.

La gente delle galee

La nave non è solo un mezzo di trasporto e nemmeno uno strumento di conquista. Innanzitutto è un universo a sé, un insieme di persone che solcano il mare unite da precisi equilibri e gerarchie nette, uomini che si dividevano in gente de remo e gente de cabo.

Per quanto riguarda la gente de remo, va ricordato che, sparita l’usanza medievale secondo cui l’equipaggio è composto da persone libere, viene introdotto il sistema utilitario de pena, che commuta le punizioni più severe, come la morte o l’esilio, nella condanna ai remi. Questi sono i galeotti e di loro, in effetti, ho già sentito parlare.

Lo mio maestro ancor non facea motto,
mentre che i primi bianchi apparver ali;
allor che ben conobbe il galeotto,
gridò: “Fa, fa che le ginocchia cali […]”.

— Dante, Purgatorio II-27

Esattamente qui, per non citare l’altro galeotto dantesco ancora più famoso.
I galeotti, che per generazioni hanno indicato i nocchieri (come nel caso del Sommo di cui sopra), sulle galee sono i rematori: per condanna incatenati e sorvegliati da un aguzzino che su di loro ha potere di vita e di morte. I bonevoglie (buenas boyas) sono invece i volontari che nei combattimenti lasciano i remi per le armi. Con il passare degli, anni i volontari sono sempre meno, anche perché molti spagnoli preferiscono partire per le americhe se sono tanto disperati da cercar fortuna altrove (mentre gli italiani preferiscono comunque imbarcarsi).

La gende de cabo è divisa invece in gente de guerra con capitano, gentiluomini e soldati e gente de mare, che comprende le maestranze, il responsabile della cambusa, l’artiglieria e i servizi come il barbiere e cappellano. Al di là della presenza di questi servizi, una cosa a cui non avevo mai pensato prima emerge negli studi del Museu Marítim. Per una galea sembra fosse complesso organizzare un attacco a sorpresa, non tanto per la mole e di certo non per la mancanza di tattica militare, quanto per… la puzza. Infatti, era preceduta dall’olezzo emanato da una varia umanità stretta da condizioni igieniche precarie. Il che mi pare un’utile lezione di vita per chi trova la doccia un’attività superflua, e mi riferisco al XXI secolo.
Su tutto questo, odore compreso, il capitano ha certo la responsabilità plenaria ma si affida ai subordinati nella manovra (còmitres) e nella navigazione (consejeres). Questo a insegnarci che il comando vuol dire, qualsivoglia rotta si decida di seguire, anche sapere ascoltare.

Per capire meglio tutto questo, nel mezzo del MMB è ben piantata una monolitica riproduzione della galea reale di Don Giovanni d’Austria, ammiraglia della flotta impegnata nella battaglia di Lepanto. La costruzione comincia nel 1967 in occasione del quarto centenario della battaglia stessa.
E camminarci sopra è impagabile. In effetti, affascinante la storia e coinvolgente l’immaginario aragonese, ma il mio scopo originario della visita era proprio questo: l’antica barca andava conquistata.

Una volta terminato di gironzolare sopra il cassero della galea, il MMB propone un’altra esposizione: 7 vaixells, 7 històries (da giugno di due anni fa fino al prossimo 32 dicembre), ovvero sette container navali nei quali sono inseriti atlanti, strumenti di navigazione e modelli pregiati. Diversi sono i temi affrontati, come il conflitto, il tempo libero, scoprire il mondo, il trasporto di merci, la pirateria , viaggi e cambiamenti tecnologici.

Insomma, un Museo che vale la pena visitare e tendenzialmente fuori dagli abusati circuiti turistici di Barcellona, figlio di una ricostruzione accurata, con uno staff oltremodo gentile e un bookshop ben fornito di libri (anche in inglese) a tema marinaresco. E poi dove avrei trovato altrimenti una calamita a forma di nave pirata tanto carina?

Il sito del Museo Marittimo di Barcellona (in catalano e castigliano): www.mmb.cat

Thanks to Isabel and Jordi of the Museu Marítim de Barcelona!

In apertura, Gaspard Van Eyck, Paesaggio Marino.

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