Non si tratta solo di danza: Nureyev ha insegnato a tutti ad andare oltre i propri limiti, a superare i confini. A essere unici.

U na cosa, tra le molte incredibili legate al suo nome, mi ha sempre lasciata senza parole riguardo Rudolph Nureyev: la sua leggerezza. E non intendo solo per quanto riguarda la danza, quanto piuttosto una visione più grande di ciò che egli è stato e ha rappresentato, il modo così apparentemente naturale di riuscire, in ogni passo, a coniugare tecnica rigorosa ed espressività entusiasmante, perfezione estetica e vitalità pura. Nella sua grandezza, questo dettaglio lo ha reso unico.
Credo che Nureyev, su e giù dal palco, fosse in grado di portare con sé il segreto dei grandi artisti, quello di racchiudere i contrasti e trasformarli in emozione, di custodire una grandezza così enorme da emergere nel proprio tempo, sconfinare dai generi e pure influenzare il futuro. Perché Nureyev era un ribelle, contro le convenzioni precostituite della danza, contro una divisione tra generi ostacolo dell’espressività, contro il dogma che prevede che le regole debbano restare immutabili.

Non che tutte queste riflessioni arrivino a caso. Il 2018 è un anniversario importante: quello della sua nascita, avvenuta 80 anni fa. L’occasione per ricordarlo, sul palco della Scala di Milano, è stata la Serata Nurayev (con spettacoli dal 25 al 29 maggio), dove le étoile Svetlana Zakharova e Roberto Bolle, accompagnati da altri ospiti, sono stati protagonisti di opere come l’Atto III de La bella addormentata nel bosco di Pëtr Il’ič Čajkovskij e il Grand Pas de deux del Don Chisciotte di Ludwig Minkus, coreografati dallo stesso Nureyev, ma anche l’Apollo di Igor’ Fëdorovič Stravinskij coreografato da Balanchine.

Oltre i confini tra classico e contemporaneo

Come accennavo, 80 anni fa, su un vagone della Transiberiana che transitava più o meno nei pressi di Irkutsk (località della Russia poco più a nord della Mongolia), nasceva uno dei ballerini più influenti del XX secolo. Così come quella biologica, anche la nascita del mito di Rudolph Nureyev ha un luogo e una data precisi: l’aeroporto Le Bourget di Parigi, il 16 giugno 1963. E si nota da subito una coincidenza: da una ferrovia a uno scalo aereo, come se la regola di corpi in perenne movimento fosse da sempre un suo tratto distintivo. Proprio in quel momento, mentre il ballerino è in tournée con il balletto del Kirov, oggi Mariinskij, spicca il suo “salto verso la libertà”, non rientrando in Russia (la Guerra è parecchio Fredda in quei tempi) bensì scegliendo di restare in Occidente.
Un saltello indietro. Quando arriva in Europa, Nureyev è già conosciuto: a precederlo è la fama di ballerino russo che sembra volare, tanto da essere soprannominato “il tartaro volante” per le sue acrobazie e la leggerezza sul palcoscenico. È il coreografo Alexander Puškin a insegnare lui il rigore della danza e i fondamentali del balletto, a Leningrado, fino al suo debutto solista proprio al teatro Kirov.
E l’inizio della carriera in occidente non è cosa da poco: Nureyev passa da ballerino di (estremo) talento a una figura più complessa, sfaccettata, introspettiva. La trasformazione parte dalla tecnica russa per raggiungere un ideale più assoluto.
In Europa, incontra Margot Fonteyn, con la quale inizia un sodalizio umano e artistico, e anche Eric Bruhn, il grande amore della sua vita, nonché ammirato danzatore e coreografo.

Il talento però non basta e Nureyev non si accontenta, delle regole del classico né tantomeno di forme espressive canonicizzate. Già perché l’evoluzione di un grande artista, in ogni tipo di arte, coincide anche con con passi avanti in tutto il genere.
Oggi, per un ballerino il confine tra balletto classico e danza moderna non è rigido, ai tempi di Nureyev non è così: è lui ad abbattere questa barriera, più di tradizione che di vera utilità, uno dei primi con formazione classica a intraprendere la strada del contemporaneo. Il tutto ribadendo la centralità alla figura maschile del ballerino.
Quando danza Apollon musagète, nei primi anni ‘70, cambia i codici anche della danza contemporanea. Lui ammira personalità di spicco come Martha Graham, riconosciuta come una dei principali esponenti, nonché apripista, della “modern dance” americana.
E poi subentra la teatralità: i ballerini sul palco, con Nureyev stesso in qualità di danzatore e come coreografo, non sono più figure legate nei loro momenti, ma diventano altro: assumono i contorni dei personaggi, portano con sé la propria storia e psicologia, diventano veri e propri attori.

Oggi, Rudolph Nureyev e Michail Baryšnikov, peraltro suo compagno di studi al Kirov, sono considerati due giganti della danza, ed entrambi dalle storie simili.

Da ballerino classico a divo pop

Proprio durante un incontro alla Scala, è il giornalista Bauzano a fare un paragone, ed è splendido: come per Maria Callas si parla di “recitar cantando”, per Nureyev esiste il “recitar ballando”. Entrambi vanno oltre la propria arte, mettono un talento straordinario al servizio della performance e, al vertice di tutto questo, escono dai confini dei teatri per entrare nell’universo mondano e mediatico.
A Nureyev si ispirano stilisti come John Galliano e Ottavio Missoni, le griffe Balmain e Costume National ed è fotografato da Lord Snowdon (lui, il marito della Principessa Margareth) negli anni ‘60 così come al tramonto della propria vita. Per quanto dichiari di non trovarsi così a suo agio nella vita mondana, è un comunicatore e ama mettersi in gioco, andare oltre: delle coreografie, ad esempio, dice che devono essere vissute intensamente per poter arrivare al pubblico ed essere capite.
Tutto ciò non solo sul palcoscenico: nel 1976 è protagonista del film biografico su Valentino di Ken Russell e, da questi anni fino ai primi Ottanta, la sua immagine raggiunge il tubo catodico con diverse apparizioni al Muppet Show. Riguardo la nascita di questa collaborazione, si racconta che il ballerino avesse posto una condizione: ballare con Miss Piggy, o niente apparizione. Così, è proprio la sua interpretazione de Il lago dei cigni a risollevare lo show.
Anche dopo la sua morte, la sua immagine è impressa nella coscienza collettiva e più viva che mai. Lo scorso anno, il balletto biografico, titolato semplicemente Nureyev è stato cancellato dal cartellone del Bolshoi, con l’accusa di propaganda dell’omosessualità. Sul grande schermo, Ralph Fiennes è dietro la macchina da presa per il film “The white crow”, sulla figura del ballerino.

E quest’anno c’è anche un altro anniversario: nel 1978 fonda infatti la compagnia Nureyev and Friends. L’obiettivo è esibirsi sui palcoscenici di tutta Europa, portando in giro coreografie moderne e spaccando quella linea di demarcazione tra il grande pubblico e la danza. Operazione che gli costò diverse critiche.

La lezione di Nureyev

Sono in tanti a ricordare Nureyev, dai ballerini alle maestranze, dai coreografi agli amici. Proprio alla Scala, Frédéric Olivieri, direttore del corpo di ballo che ha lavorato con lui, insieme alle due étoile Anna Razzi e Luciana Savignano, raccontano senza trattenere le emozioni di tecnica, leggerezza, eleganza, energia, disciplina, carisma: un agglomerato di valori che trasmettono tutta la ricchezza ed emozione ancora oggi.
C’è una lezione grande che Nureyev ha lasciato a tutti, appassionati di balletto, sportivi e, in generale, chiunque si fermi, respiri e rifletta con consapevolezza su se stesso: che la dedizione verso ciò che si ama, l’affetto sincero, l’espressività in ogni sua forma non hanno la pretesa di avere un ritorno, di alcun tipo. Esistono, perché fanno stare bene.

Chi non conoscerà mai il piacere di entrare in una sala con delle sbarre di legno e degli specchi, chi smette perché non ottiene risultati, chi ha sempre bisogno di stimoli per amare o vivere, non è entrato nella profondità della vita, ed abbandonerà ogni qualvolta la vita non gli regalerà ciò che lui desidera. È la legge dell’amore: si ama perché si sente il bisogno di farlo, non per ottenere qualcosa od essere ricambiati, altrimenti si è destinati all’infelicità. Io sto morendo, e ringrazio Dio per avermi dato un corpo per danzare cosicché io non sprecassi neanche un attimo del meraviglioso dono della vita.

Lui ha ripensato i canoni della danza, ne ha conquistato un pubblico più grande, ha acceso i riflettori sul ruolo del ballerino. E lascia questo a tutti noi.

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