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Il doc “Life Is But A Dream”, di Margherita Pescetti, è uno squarcio nella quotidianità delle colonie israeliane in territorio palestinese, e non solo: è un invito concreto, in ogni singolo fotogramma, alla riflessione.

Q uando si riaccendono le luci in sala, puoi percepire la loro energia: Margherita Pescetti, Pietro Masturzo e Arianna Cocchi si sono occupati rispettivamente di regia, fotografia e montaggio di “Life Is But A Dream”, il documentario che, fino a pochi istanti prima, era sullo schermo dello Spazio Oberdan di Milano. E i tre, per inciso, hanno anche condiviso la produzione, totalmente indipendente, di un lavoro che arriva al Filmmaker Festival dopo aver vinto il premio del pubblico al Festival dei Popoli di Firenze.

Il viaggio tra Gerico e Ramallah

Le immagini che hanno appena riempito gli occhi degli spettatori raccontano degli insediamenti israeliani tra Gerico e Ramallah dove il protagonista, Gedalia, vive con la famiglia. Un punto di vista a dir poco inedito: le prime comunità sono sorte qui dopo l’occupazione conseguente la Guerra dei sei giorni e, da oltre mezzo secolo, sono un punto focale nella complessità dei rapporti israelo-palestinesi. Questi insediamenti sono stati infatti costruiti, dove prima non c’era nulla se non il deserto, violando la Quarta convenzione di Ginevra. Condannati a più riprese dall’ONU e da svariate organizzazioni internazionali, tra cui Amnesty International, è facile capire come rappresentino una criticità invalicabile nell’intrico storico, diplomatico e istituzionale del territorio.
La realizzazione di Life Is But A Dream, come testimonia la stessa regista, è stata quindi complessa: entrare in contatto con queste realtà non significa solo affrontare muri, cancelli e telecamere di sorveglianza, ma anche superare diffidenza e, in molti casi, ostilità dei coloni stessi.
Se è vero però che volontà e costanza aiutano gli audaci, la fortuna si presenta a Margherita e Pietro con le sembianze di un autostoppista. I due incappano per caso nello stesso Gedalia, gli offrono un passaggio e iniziano così a costruire con lui, la moglie Shira e i cinque figli (più uno in arrivo) un dialogo, che consentirà di accendere la cinepresa. Il film inizia proprio quando la regista Margherita, per la prima volta, registra con la videocamera: Gedalia è alle prese con un vicino, un ebreo laico, che scava nel giardino accanto al suo. Vorrebbe denunciarlo alla comunità più ortodossa, pertanto dei videomaker sembrano arrivare come segno divino.

Il punto di vista dell’altro

Nel corso di Life Is But A Dream, è Shira, la moglie del protagonista, a porsi una domanda disarmante nella sua semplicità, eppure intrisa di implicazioni di ogni tipo:

“Sono pazza a vivere qui?”.

La scelta di vita della famiglia è infatti quella di chi abbandona le regole prestabilite, dalla schiavitù del denaro alla scuola, in nome di una libertà assoluta e della totale fede in Hashem, Dio. Da notare come, in gran parte, la comunità sia qui composta da famiglie che altrimenti non avrebbero modo di acquistare una proprietà e che, nel deserto, trovano la propria idea di terra promessa. Ma chi sono questi coloni? Non sono tanti israeliani a vivere lì, quanto piuttosto ebrei arrivati da ogni parte del mondo: nel film stesso si parla di australiani e yemeniti. Ad esempio, Gedalia è cresciuto negli Stati Uniti e la moglie è americana: come molti altri, qui vive giorno dopo giorno il proprio sogno, costruire una casa, allevare i figli, condurre una vita semplice. Un qualcosa che ricorda, almeno nel tratteggio generale del disegno, il sogno hippie delle comuni.

Di come quotidiano e politico siano inscindibili

Dal canto suo, Gedalia sostiene di non essere interessato alla politica, eppure ogni sua scelta quotidiana lo è. Se la visione sociale e politica della regista in relazione all’oggetto del documentario è ben definita, proprio per questo l’urgenza espressiva si innesta su un punto di vista, come già accennato, inedito: mostrare l’occupazione palestinese di oltre mezzo secolo anche con altri occhi.
Dopo la proiezione del film, Margherita Pescetti ci saluta infatti con una frase emblematica. Il suo intento originario era quello di raccontare una storia complicata: il punto di vista di chi, piantando le proprie fondamenta in quel territorio, impedisce un processo di riappacificazione lungo, che non vede mai fine. Quello che emerge invece è sorprendente:

“Ho raccontato la storia di un uomo”.

Perché l’uomo è tutto questo: lotta, contraddizione, vita stessa. E soprattutto, cosa tanto importante in un periodo storico dal sapore violento e superficiale, è pensiero. E il film stesso è proprio questo: è in grado di far pensare, riflettere, forse anche mettere in discussione delle proprie opinioni, attraverso la visione dell’altro, per poi sentirle ancora più proprie; è la capacità di giudizio e di pensiero, anche di sognare, quella che ci rende umani.

Il trailer e la scheda di My.Movies si trovano a questo link. Grazie a Margherita Pescetti!

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