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Capire il presente, informarsi, non avere paura di esprimere le proprie opinioni: al Festival del Giornalismo di Perugia, gli incontri con Enrico Mentana e Roberto Saviano diventano un’occasione per riflettere sul coraggio di raccontare.

S crivere è un atto di dissenso: lo è nel momento in cui si sceglie di fermarsi a riflettere, non aderire ai tempi frenetici del presente, mettere nero su bianco, in modo indelebile, opinioni anche scomode. E lo è anche perché per raccontare di se stessi, degli altri, di ciò che accade, ci vuole coraggio.
Proprio questo è il tema che scorre tra gli incontri del Festival del Giornalismo: il coraggio. A Perugia, quest’anno, si sono riuniti numerosi esempi straordinari di chi lo pratica ogni giorno. In ordine sparso: Jaclyn Corin e David Hogg, sopravvissuti alla strage di Parkland e anima di March for our lives, il movimento che si batte per cambiare le leggi sul possesso delle armi negli Stati Uniti; Matthew Caruana Galizia, che indaga sulla morte della madre Daphne, la giornalista uccisa a Malta in seguito alle sue inchieste; Maria Ressa, che sfida il governo delle Filippine dalla sua testata Rappler; Oscar Camps, fondatore della ong Open Arms che ha salvato oltre sessantamila vite in mare.

Trovarsi a camminare al fianco di queste persone, letteralmente, tra le stesse vie, e ascoltare le loro testimonianze non mette una distanza tra il quotidiano e l’eccezionale, anzi. Fa riflettere su quanto possa essere possibile praticare ogni giorno piccoli atti di coraggio che fanno la differenza: riflettere, raccontare, agire.
Passata una settimana dal Festival del Giornalismo, due incontri in particolare a cui ho assistito, entrambi dallo stesso palchetto del Teatro Morlacchi, continuano a farmi pensare a un tema che, negli ultimi mesi, è diventato urgenza: l’importanza dell’analisi, della riflessione, anche a costo di non rispettare i tempi immediati e veloci della comunicazione digitale e, spesso, di non essere capiti, anzi emarginati o attaccati.

Capire (davvero) il presente: l’incontro con Enrico Mentana

Il presente non si mostra sotto i migliori auspici: odio e rancore serpeggiano, declinati nelle varie forme di intolleranza, egoismo, indifferenza, fino ad arrivare a una nostalgia verso i regimi dittatoriali. Ciò che fa più riflettere non è tanto la presenza di veri e propri “predicatori”, che inneggiano con degli slogan d’effetto fomentando la discordia, quanto piuttosto della gente comune che esprime, in modo spontaneo e spesso con violenza, l’aderenza a questi non-valori.
Il problema non è quindi più di condanna etica, quanto piuttosto di analisi. Diventa urgente capire perché questo sta succedendo, per chi fa comunicazione ma anche per chi è abbastanza attento da non voler diventare estraneo alla realtà di oggi: è questo il tema principale dell’incontro con Enrico Mentana, un sabato mattina al Teatro Morlacchi di Perugia.

La ciclicità della storia non permette anatemi, permette invece valutazioni che devono essere molto più razionali. Dobbiamo cercare di capire cosa succede.
Non basta dire non sono d’accordo.
Enrico Mentana

Quello che sostiene Mentana è sacrosanto: “Dire non sono d’accordo non basta”. Anzi, per meglio dire, può bastare a chi vuole utilizzare uno slogan fine a se stesso, che si tratti di una figura pubblica o di un privato cittadino, ma chi fa il giornalista, così come chi sente la necessità di un giudizio critico, deve per forza di cose porsi domande fondamentali: “Quando precisamente e perché è successo tutto questo? Perché una cosa che era ovvia fino a 10 anni fa, come l’accoglienza, l’essere tutti uguali, tutto quanto viene rimesso in discussione?”
La divisione in buoni e cattivi è obsoleta e pretestuosa. Oggi, milioni di persone si sono schierate dalla parte della rabbia e della diffidenza verso l’altro, in un sistema che vede la progressiva e inesorabile perdita non solo dello spirito di solidarietà, ma pure dei basilari principi di convivenza, dalle periferie ai grandi centri urbani, con una cartina tornasole dei social preoccupante.
“Perché ci si deve entusiasmare per un ragazzino di 15 anni che dice le cose giuste e non c’è nessuno della sinistra? Si è abbandonato il campo.”, fa notare Mentana, ripercorrendo i fatti di Torre Maura.
Tra i fattori di questa spaccatura, emerge subito la crisi economica. L’ultima, molto più lunga di quelle del passato, ha fatto sì che si uscisse a due velocità: chi se ne è accorto dai giornali e chi si è visto degradare la vita. E il grande problema, non solo della penisola ma del nostro tempo, è che chi sta meno bene di prima ha paura dei nuovi ultimi.
Sempre secondo il giornalista, gli strumenti novecenteschi per capire cosa sta succedendo sono obsoleti, non c’è più un pensiero unico condiviso e la realtà è frammentata, complessa, globale. Per questo, fermarsi allo slogan, a leggere il titolo, lasciarsi trasportare da una carica enfatica che fa leva sul disagio non è la maniera giusta non solo di fare giornalismo, ma di ragionare sulla contemporaneità che vede ciascuno di noi parte attiva.
Un po’ come leggere un titolo d’effetto sui social e condividere un articolo senza nemmeno leggere, approfondire, capire: inutile e fuorviante, pericoloso.

La diffidenza verso chi scrive: l’incontro con Roberto Saviano

Un paio di sere prima, Gipi ha sostenuto che “Se lo spirito di un ragazzo verte alla bontà invece che alla crudeltà, può essere merito solo della bellezza, non della critica sociale, ma del contatto con la bellezza e la bontà di altre persone”. Inizia proprio citando il vate dei fumettisti italiani l’incontro con Roberto Saviano, con un’introduzione delle migliori:

Questa serata è dedicata a chi risponde alla crudeltà con la bellezza, la bontà e il coraggio.

Per capire il presente, come già ben illustrato da Mentana, è necessario argomentare, in modo più o meno approfondito un fatto o un’opinione. Il punto focale diventa quindi cercare di capire la realtà e usare la parola. Peccato che chi usa la parola, come intellettuali o giornalisti, venga sistematicamente identificato con diffidenza. Paradossalmente, e lo si nota nel quotidiano, chi racconta la realtà viene accusato di mistificazione, mentre chi cerca voti e avanza a suon di slogan, no. Già in apertura del suo intervento, Roberto Saviano fa notare proprio questo: “Chi sta raccontando, sta dando un punto di vista sulla società, viene aggredito da chi cerca consenso: è tutto inverso. Il tempo istantaneo di un’affermazione inizia a essere l’unica dimensione in cui misurare il proprio operato. Importa che funzioni, non che sia vero o falso”. Non c’è tempo, in poche parole, per dibattito, analisi e confronto. Tutto ciò che è complesso è sospetto. Persino chi scrive i libri è visto come un possibile mistificatore.
La dinamica può essere semplificata in modo da rendere meglio l’idea: se sono carico di rabbia e le cose non vanno bene, questo rancore viene veicolato attraverso affermazioni d’effetto e non ho tempo da perdere nel capire. Anche in questo caso, la questione non è solo italiana e Saviano ricorda un esempio molto efficace: quando il Washington Post fa notare a Trump che i dati da lui utilizzati in campagna elettorale per avere consenso non sono veritieri, la risposta, disarmante, del leader degli Stati Uniti è “Funzionano”.
Del resto, trovare un bersaglio, un nemico, è più facile che non affrontare un tema o un problema nella sua complessità, analizzandolo, rendendo tutto compresso e rischiando di poter perdere l’attenzione di un interlocutore che, nella maggior parte dei casi, pretende una risposta istantanea, soprattutto se in una condizione di disagio. Nessuno però dovrebbe sentirsi troppo fragile nel fare questo, nel raccogliere informazioni e renderle comuni per avere una visione chiara delle dinamiche del presente, anche perché, in molti casi, sottolinea Saviano, “A te non importa la verità, non importa far ragionare, importa vincere”.

Parlarne significa farlo esistere. Ecco perché sono odiati intellettuali e giornalisti, ecco perché è odiato chi racconta. Perchè raccontando fai esistere le cose.
Roberto Saviano

Non raccontandolo, un fatto non esiste. Però, per raccontare ci vuole tempo, studio, preparazione e anche ascoltare presuppone uno sforzo. È questo che sembra mancare: il tempo per l’approfondimento, per capire, per filtrare informazioni prima di compiere un’azione, verbale o fisica e che, in ogni caso, ha delle conseguenze.

Il ritorno da Perugia verso Milano mi ha vista immersa nella lettura di Sentimento italiano, l’ultimo libro di Valerio Massimo Manfredi, che avrei intervistato il giorno successivo. Tra le molte, una frase mi ha colpita proprio per la continuità con le riflessioni del Festival del Giornalismo:

Nei momenti difficili, mi dicevo, bisogna prepararsi, approfondire il proiprio sapere, leggere, studiare, meditare, riflettere e poi eventualmente agire.
Valerio Massimo Manfredi, Sentimento italiano (SEM, 2019)

In apertura, Enrico Mentana al Teatro Morlacchi, di Martina Pini.

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