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Tre performance di Marina Abramović alla Cripta di San Sepolcro: l’occasione giusta per riscoprire un posto unico di Milano

È  il 2009 quando Marina Abramović realizza tre performance nelle cucine di un ex convento a Gijón, nella Spagna settentrionale. Questo ambiente la conquista immediatamente: qui, per mezzo secolo, le suore clarisse hanno cucinato per gli orfani dei minatori. Le stanze le ricordano inoltre le cucine dove trascorreva, durante l’infanzia, lunghe ore in compagnia della nonna Milica.

Vanitas di Marina Abramović

Nell’ex convento nascono tre performance, ispirate dalle letture di Santa Teresa D’Avila, tre esperienze che l’artista racconta anche nella sua autobiografia. Oggi, sette anni dopo la mostra The Abramović Method al PAC, la Abramović torna a Milano, questa volta nella cripta di San Sepolcro, nel cuore della città. Sono tre le performance presenti in sala, attraverso altrettanti video:

  • nella prima, Vanitas, le mani della Abramović danzano intorno a un teschio umano in ceramica, quasi a volerlo sfiorare restando sempre a distanza. Il nome dell’opera è ispirato a un verso del Qoèlet, libro dell’Antico Testamento.
  • Segue Carrying the Milk,  nella quale l’artista regge tra le mani un pentolino colmo di latte. L’obiettivo della telecamera si allarga progressivamente, rivelando la figura intera dell’artista, avvolta da un severo abito nero, e l’ambiente circostante, abbracciandolo anche con il sonoro. Quando la bacinella oscilla e gocce di liquido si riversano a terra, emerge la metafora dei terremoti interiori descritti da Santa Teresa.
  • Levitation è la più nota e conclude il trittico: la Abramović è sospesa all’interno della cucina e aleggia nell’aria, grazie a un sistema di carrucole mascherato dalla post-produzione. Proprio Santa Teresa racconta di queste esperienze, testimoniate dalle consorelle al lavoro con lei nelle cucine del monastero. Ecco vincere l’energia spirituale sul mondo materiale, una conquista della meditazione e della riflessione su di sé e sul mondo intorno.

La cripta di San Sepolcro: il vero centro di Milano

La Cripta di San Sepolcro è stata riaperta al pubblico solo qualche anno fa, sopo essere stata chiusa più di mezzo secolo. E, non appena entrati, ci si rende conto di essere in un posto speciale: i blocchi consunti del pavimento sono stati collocati lì dall’antico foro romano (risalgono all’epoca augustea), alle pareti gli affreschi del ‘300 accolgono i visitatori.

È stato Benedetto Rozzone, il Maestro della Zecca, a costruire la cripta nel 1030 come cappella privata. Al ritorno dei cavalieri dalla prima crociata, è stata dedicata la Santo Sepolcro. Ma c’è una storia più antica: si trova infatti nel punto in cui Cardo e Decumano si incrociano, testimonianza lasciata anche da Leonardo nel Codice Atlantico. La cripta, e così anche la chiesa che si trova proprio sopra, nell’omonima piazza, è il vero cuore di Milano, ancor prima degli splendori del Duomo. Il Cardinale Borromeo lo chiama  Umbilicus civitatis e qui sono sepolti membri di nobili famiglie milanesi e il padri dell’ordine degli Oblati.

Tra affreschi e decorazioni, questo è dipinto in quel periodo di transizione, in cui tutto cambia e l’arte assiste a una vera e propria rivoluzione: la rappresentazione non è più quella della perfezione divina, ma di un uomo sofferente, ancora prima di Giotto e di Cimabue.

Nota musicale: qui viene celebrata la liturgia in rito bizantino secondo la tradizione della comunità arbereshe in Italia, cantata, a settimane alternate, in greco antico e in albanese, con alcune letture in italiano.

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