Da Schubert a Trentemøller, passando per Nada: ovvero come rendere una colonna sonora divina

 

C redo che alcuni dei momenti più vicini al divino, almeno secondo la mia profana concezione, di cui abbia memoria comprendano quelli passati a osservare le immagini di Paolo Sorrentino. Quindi non c’è da stupirsi che, per la sottoscritta, The Young Pope sia stato subito estasi.
Per inciso, il cinema e tutto ciò che ha a che fare con il dirigere una macchina da presa è materia a cui mi accosto con tutta l’umiltà di chi visita una cattedrale sconosciuta: con silenzio e rispetto dovuti. Conoscendo però Sorrentino, non può venire meno l’importanza data a quell’elemento essenziale che è la musica, ed eccomi quindi accorrere. La musica impregna tutte le sue pellicole, è salita sul palco degli Oscar alla consegna della statuetta per La grande bellezza, è parte dell’uomo e di ogni sua opera. E la colonna sonora di The Young Pope è vasta, varia e semplicemente perfetta.

C’è un nome già noto, in modo particolare a sorrentiniani e musicofili, che compare subito: quello di Lele Marchitelli. Nella lunga carriera di musicista e compositore per cinema e tv, è già al fianco di Sorrentino per le musiche de La Grande Bellezza e in questa occasione conquista il tris David, Nastro d’Argento e Globo d’Oro. Per la serie tv di HBO ritorna con il regista a comporre brani originali, parecchi: gli archi di Fear of God, i tocchi al piano di Dussolier, pronti a narrare l’omonimo personaggio interpretato da Scott Shepherd, il crescendo elettronico di The Knowledge, i bending languidi della chitarra di Dreaming Of You.
In più, avviene una selezione minuziosa di musiche senza confini di genere, con il minimo comun denominatore della coerenza diegetica.

 

La liturgia

Tra Franz Schubert e Jeff Buckley, le atmosfere più canonicamente legate al Vaticano

Le atmosfere ecclesiastiche sono ovviamente onnipresenti, evocano marmi lucidi, profumo d’incenso e bisbigli reverenziali, proprio come se si stesse entrando in una gloriosa San Pietro. La musica idonea a plasmare questi elementi è, al primo pensiero, quella classica. Questo avviene con la solennità eterea dell’intro al Requiem, Op. 48 di Gabriel Fauré e con una quasi doverosa Ave Maria di Franz Schubert, nella versione di Cheryl Studer con accompagnamento della London Symphony Orchestra. Nella selezione compare anche Béla Bartók che porta un tocco (non a caso) celestiale con la sua Musica per archi, percussioni e celesta.
Infine, non è un compositore classico ma la sua opera ha la grazia di un dono del cielo: l’Halleluja di Jeff Buckley fa capolino nella colonna sonora di The Young Pope e sembra un inserto quasi dovuto.

 

Lo straniamento elettrico

Ovvero come eludere l’orizzonte di attesa dello spettatore con rock, pop ed elettronica

Eppure Pio XIII è un Papa rivoluzionario. La musica stessa è insita in questa sua rivoluzione ed è lui stesso a parlarne: accade proprio nel primo episodio, durante l’incontro con Sofia Dubois la sua responsabile marketing e comunicazione del Vaticano (nientemeno, ndA). In questo dialogo, il Papa cita i Daft Punk e Mina, realtà musicali dalla grandezza indiscutibili ed entrambe accomunate dal non mostrarsi mai al pubblico, esattamente come nelle intenzioni del personaggio interpreato da Jude Law.
Questa e altre rivoluzioni muovono la Chiesa del protagonista della serie e già la sigla ricoda il trovarsi al cospetto con un nuovo corso, un movimento di antitesi all’ordine costituito: lo fa con (All Along The) Watchtower di Devlin, un brano originariamente scritto da Bob Dylan e la cui interpretazione di Jimi Hendrix è ancora marchiata a fuoco nella coscienza collettiva (parentesi artistica sulla sigla: una rassegna che va da Gherardo delle Notti a Maurizio Cattelan, con putti estasiati che danzano intorno ai miei occhi, ndA).

La musica elettronica scorre lungo la maggior parte delle scene, a tratti impercettibile, a tratti con violente sferzate che accompagnano azioni, evoluzioni e gesti di ogni personaggio. Levo dei Recondite è incalzante sottofondo del dialogo sopra citato e appare più di una volta nel corso della serie, ad esempio durante l’incontro con il canguro nei giardini nel quarto episodio. Sono presenti poiMoan di Trentemøller, che annuncia la forza della preghiera all’inizio del terzo episodio, o ancora Krack dei Soulwax. Impossibile poi non citare la Sexy And I Know It targata LMFAO, che introduce e accompagna una scena di felliniana memoria nel quinto episodio, esattamente a metà della stagione, con la vestizione del Papa e la sfilata dinanzi agli occhi dei cardinali.

C’è spazio tuttavia anche per melodie più sobrie come quella di Andrew Bird (presente nella colonna sonora con diversi brani) con Logan’s Loop ed Ever Had A Little Faith? dei Belle & Sebastian, senza trascurare il Blues From An Airplane dei Jefferson Airplane. Postilla: asottolineare la veemente passione calcistica del Cardinale Voiello (un sontuoso Silvio Orlando, ndA) appare poi a tutto volume un Maradona al ritmo di Live Is Life degli Opus.

 

Il Made in Italy

Classici della canzone e un ripescaggio che diventa un vero e proprio caso, “Senza un perché”

Nella cura della colonna sonora, Marchitelli non dimentica il patrimonio musicale italiano. Lo fa pescando innanzitutto nei classici, basti pensare a Domenico Modugno e Roberto Murolo, rispettivamente con Io, mammeta e tu ed Era de maggio, senza dimenticare di addentrarsi nelle folte discografie di altri cantautori monolitici, come per Melancolie di Peppino Di Capri e Non ci sono anime di Antonello Venditti.
Un altro brano diventa però vero e proprio simbolo della forza di una colonna sonora tanto incisiva, adornando la scena, rivelando i sentimenti più reconditi di Pio XIII e avvolgendo lo spettatore, per accompagnarlo nella sua quotidianità anche dopo i titoli di coda. È stato pescato da un disco pubblicato tredici anni or sono Senza un perché di Nada per imprimersi subito nell’orecchio di ogni spettatore: la melodia compare per due volte nello stesso episodio, il quarto, e praticamente subito nella classifica dei singoli più scaricati da iTunes. Sfogliando la discografia dell’artista, bisogna risalire fino a esattamente 30 anni fa per vederla nelle vette delle classifiche, con il suo Bolero presentato a Sanremo. La sua voce tiepida e limpida, i versi stessi della canzone riempiono la scena diffondendosi dal giradischi, portando in superficie la tensione emotiva del protagonista.

Una stagione, dieci episodi e ore di musica, qui tratteggiata solo per evidenziarne la carica espressiva e per vedere l’effetto che fa: un ottimo vademecum è consultabile qui.

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