A due secoli dalla scomparsa della scrittrice inglese, quella copia di “Orgoglio e pregiudizio” sta ancora bene sulle mensole di una libreria. Soprattutto la mia

 

E sistono dei libri in grado di seguire una persona per tutta la vita. E intendo fisicamente. Dal momento in cui sono arraffati dallo scaffale di una libreria o, in modo forse meno pittoresco, consegnati alla porta da un corriere, diventano una presenza costante.
Che poi è ciò che penso proprio di te, copia di Orgoglio e pregiudizio che te ne stai qui accanto: uno di quei libri sopravvissuti a numerosi traslochi, che mi ha accompagnata da una casa all’altra, e da una stagione esistenziale all’altra, con fedeltà assoluta, in modo sommesso, costante e granitico.

Quando ho acquistato questo volume era fresco di stampa, ora è un pezzo vintage: un’edizione Garzanti del 1991, con traduzione di Isa Maranesi e un’introduzione illuminante di Attilio Bertolucci. E quel giorno non era solo poiché, in quello stesso momento, si era ritrovato con un altro compagno, altrettanto fedele negli anni, quale Cime Tempestose (e dalle parole di Emily Brontë alla musica di Kate Bush è stato un attimo, ma questa è un’altra storia).

Orgoglio e pregiudizio (Garzanti, 1991)

 
Ad ogni modo, quest’anno cade un anniversario discretamente importante: si celebrano infatti due secoli dalla scomparsa di Jane Austen, sua autrice, avvenuta a Winchester, il paese dell’Hampshire di cui tanto scrive, il 18 luglio del 1817.

 

Il quotidiano: niente di meglio per l’ispirazione

Jane Austen non ha mai avuto una vita mondana ai limiti dell’effervescenza, sebbene, per nascita, avesse accesso a una serie di pratiche che non la rendessero affatto noiosa. Una vita fatta di letture, visite ai vicini, varie feste e balli nell’Inghilterra di fine ‘700. Per i più scettici: tutto questo è di certo meglio che un’esistenza condotta nella fuliggine delle fabbriche o tirando a campare nel fango degli slum, almeno così sono propensa a supporre.
È ovvio pertanto che l’ispirazione andasse trovata in questo contesto, all’apparenza immobile, fatto delle stesse persone che si muovono negli stessi scenari e, col brutto tempo, persino nelle stesse stanze. La lezione più immediata e tanto incisiva è probabilmente che l’immaginazione non può essere imbrigliata, tanto meno non trovare stimoli sia nella routine sia in quelle piccole, all’apparenza impercettibili, deviazioni di percorso che accadono nel quotidiano.
Insomma, una sorta di neorealismo ante litteram, che non si rifugia tanto nei viaggi di fantasia, tentazione a cui cedono ad esempio svariati autori neogotici, ma piuttosto sembra prendere ispirazione dalla dimensione illuminista. Del resto, Sapere è ragionare, per dirla come il saggio di Alessandro Verri, e la Austen ragiona non poco. Quindi chi dice che il mondo di un’ereditiera, di un pastore o di un giovane militare non possa essere degno di analisi e racconto?

 

Osservare le persone e (soprattutto) le loro manie

Del resto, in questa dimensione quotidiana, oltre a dipingere con precisione meticolosa gli ambienti, vere e proprie scenografie nelle quali i personaggi si muovono e interagiscono tra loro, la Austen soprattutto osserva la gente e crea quella che viene definita proprio dal già citato Bertolucci, “una commedia umana limitata nell’estensione ma non nella profondità”.

La scrittrice ha infatti un’attenzione acuta, che non tralascia debolezze e manie dei propri personaggi, persino i vizi e le inclinazioni meno nobili ma, cosa non trascurabile, senza perdersi nel pettegolezzo. A dirla tutta, accanto all’osservare attentamente le persone e cercare di capire cosa accidenti le spinga a darsi da fare nel mondo, forse da lei ho imparato che spesso il silenzio è preferibile, anzi, per citare la sua Elizabeth:

“Serba il tuo fiato per raffreddare la zuppa”, io serberò il mio per cantare meglio.

Proprio per questa abilità di concertare ambienti, azioni e personaggi, è possibile pensare che uno scrittore sia un po’ come un regista: ogni pagina dei libri della Austen è talmente fitta di dettagli e animata di dialoghi che leggendo sembra di vedere le immagini scorrere davanti agli occhi, proprio come su un grande schermo. E il suo sguardo, quello della regista, fa immergere totalmente il lettore all’interno della scena.
Che sia questo il motivo per cui le sceneggiature di film e serie tv hanno attinto a piene mani dalle sue opere? La domanda è (un po’) retorica.

 

L’ironia è tutto

E poi c’è l’elemento fondamentale: l’ironia. In pratica, il segreto intorno a cui muove l’universo (e non solo quello delle opere di Jane Austen), un modo per vivere la realtà in grado di trasformarla e soprattutto sintomo di intelligenza acuta.

La Austen di ironia ne sa qualcosa, eccome: non parla in prima persona, le opinioni della scrittrice arrivano al lettore con una dose di oggettività di stampo quasi scientifico ma non algido, questo proprio grazie all’ironia profusa praticamente in ogni pagina e soprattutto nelle opere giovanili:

Irony appears as the only possible interpreter of life.

E non lo dico certo io, è stampato a caratteri ben chiari in un volume del 1952 scritto da Marvin Mudrick e titolato Jane Austen; irony as defense and discovery.
Non che muoia dalla voglia di spingermi in un’analisi antropologica troppo ardita, ma noto una strana coincidenza tra il declino di un gruppo sociale e l’eccessivo prendersi sul serio degli individui che lo compongono. Alla fine, l’ironia è un ottimo mezzo per andare avanti, nonostante eventuali ostacoli.

Detto tutto ciò, chi ancora pensa che i classici siano libri destinati solo a prendere polvere e occupate spazio nelle librerie di casa? Sono più vivi, e pronti a insegnare, che mai.
E intanto, nella vecchia Albione, si preparano a commemorare degnamente una delle loro scrittrici più brillanti, con l’evento Jane Austen 200.

Postilla: “Orgoglio, pregiudizio e zombie” (romanzo di Seth Grahame-Smith del 2009 e film del 2016). Perché la lezione di Jane Austen è sempre vibrante.

 
Immagine in apertura, Keira Knightley in “Pride & Prejudice” di Joe Wright (2005)

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