Tutto inizia così: dalla mostra Revolution a Milano per risalire più indietro, fino agli anni ’60, quando la ribellione ha cambiato il mondo di oggi.

L e immagini di Blow-Up trascinano lo spettatore tra le tinte vivaci e i ritmi accelerati della Swinging London, ma lo sguardo di Michelangelo Antonioni va ben oltre la superficie. Con il suo film del 1966, il regista svela infatti i contrasti di un’intera epoca: successo e angosce esistenziali, fama e ricerca di un più profondo senso della vita si oppongono e attraggono, racchiudendo l’anima dei primi ‘60, anni  in bilico tra il netto distacco dai decenni precedenti e un futuro inedito, tutto da costruire.
Riconsiderare quei tempi nella loro interezza, è pressoché impossibile senza partire dall’idealismo di una generazione, quello stesso idealismo che, nella mente dei protagonisti, avrebbe potuto cambiare il mondo. Il passo successivo è addentrarsi poi in quelle opere, vicende e fatti storici che il mondo, a tutti gli effetti e pure nel quotidiano, dimostrano di averlo cambiato.

You Say You Want a Revolution? (questo il titolo orginale della rassegna, presentata al V&A Museum di Londra nel settembre del 2016) è una mostra che immerge i visitatori tra il 1966 e il 1970, una mancia di anni cruciali che, dalla capitale inglese, arriva alla Fabbrica del Vapore di Milano. Similmente, negli anni ‘60 dello scorso secolo, proprio dall’Inghilterra arriva quella spinta al cambiamento che accende l’attenzione, in modo netto e radicale, su temi come i diritti umani, la lotta alle disuguaglianze e al razzismo, gli effetti del neoliberismo, il progresso scientifico, il ruolo della donna nella società, le discriminazioni verso gli omosessuali, il diffondersi della cultura di massa e una costante attenzione all’individualismo, visto come necessità di introspezione in un mondo sempre più veloce: roba vecchia? Non esattamente, a quanto pare.

Il 1963: tutti (più o meno) contro l’establishment

C’è un anno, in particolare, in cui tutto inizia: il 1963, un momento di rottura per quel che viene definito l’establishment (“Il complesso delle istituzioni che, in un Paese, detengono il potere sia nella vita politica in generale sia in singoli settori di attività; anche le persone e i gruppi che sono a capo di tali istituzioni”, secondo Treccani). Da una parte all’altra dell’Atlantico, accadono infatti un paio di avvenimenti che sconvolgono il presente, dando una brusca virata al futuro: in primavera, il Regno Unito viene sconvolto dall’Affare Profumo, che vede coinvolto il primo ministro in uno scandalo a base di droga, sesso, razzismo e altri vizi vari ed eventuali, che hanno serpeggiato fino ai vertici dell’allora integerrimo potere. A novembre, le cose non vanno meglio: l’uomo del cambiamento, simbolo di una ventata di carisma e lungimiranza alla Casa Bianca, vive i suoi ultimi istanti di vita su una limousine a Dallas: John Fitzgerald Kennedy viene assassinato.
In mezzo a questi due poli, mancanza di fiducia in un potere da un lato e sogni spezzati bruscamente dall’altro, vive un’intera generazione: l’incremento demografico del baby boom porta adolescenti e giovani adulti ad essere non solo numerosi, ma anche a disporre di una crescente ricchezza e, a dispetto dei genitori, di un accesso alle fonti di cultura e scambio ideologico più semplice e diffuso.
Londra, in questo scenario, si impone come una vera e propria fucina creativa: dalle sue strade traggono ispirazione Mary Quant per la minigonna e John Cowan, fotografo che ispira proprio Antonioni per il suo film, già trasposizione sul grande schermo del romanzo Le bave del diavolo.

Parole per tutti: edizioni economiche, fanzine e poesia

Per l’appunto, accesso a informazione e cultura sono decisamente più semplici rispetto a qualche anno prima. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, negli Stati Uniti, riviste come Time e Life, già di per sé diffuse, vedono una grande concorrente che, in breve, si impone anche in europa: la televisione.
La massificazione della stampa consente tuttavia la produzione delle edizioni economiche di grandi riviste, dando respiro all’editoria, in modo particolare grazie alle potenzialità dei colori e della tiratura a basso costo. Proprio in Inghilterra, il 14 febbraio del 1962, esce il primo supplemento a colori del Sunday Times, con foto e approfondimenti che lo fanno ben presto diventare un punto di riferimento.
Sono altre riviste però a giocare un ruolo tutt’altro che marginale: dal 1967, inizia a essere stampata anche in Gran Bretagna OZ, una rivista underground australiana. Solo l’anno prima, il già citato V&A ha dedicato una retrospettiva a un artista del XIX secolo, Aubrey Beardsley e alle sue accattivanti rappresentazione art nouveau. Questo tuffo nel passato, in un’altra epoca fonte di spinta verso il futuro come quella vittoriana, diventa ispirazione per artisti come Hapshash and the Coloured Coat con i loro colori psichedelici.
Grazie alle riviste underground, stampate a basso costo, non solo si diffonde l’arte ma anche informazioni della controcultura, bandite dalla stampa ufficiale.
Sempre in tema di parole, le librerie non sono semplici negozi, bensì luoghi dove leggere, pubblicare e vendere opere di scrittori e poeti emergenti. Proprio la poesia è infatti la forma di espressione principale nella prima metà degli anni ‘60, secondo la lezione della Beat Generation. Nella stessa Londra, alla Royal Albert Hall viene organizzata nel 1965 la International Poetry Incarnation e oltre 70.000 persone accorrono ad ascoltare i versi.

La fotografia: collante tra le arti

Londra, dicevamo. Proprio qui, nei pressi di Grosvenor Square, al numero 69 di Duke Street, sorge una delle location più alla moda e influenti degli anni ‘60: la Robert Fraser Gallery. In questi locali transitano fotografi e altri artisti che, in un intreccio indissolubile, da un lato plasmano la cultura inglese (e, per riflesso, quella internazionale) di un’epoca, dall’altro diventano testimonianza concreta di quando la fluidità tra le arti fosse fertile. Lo stesso Fraser, ad esempio, presenta ai Beatles Peter Blake e sua moglie, Jann Haworth: la coppia realizzerà che la copertina di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles.
Un altro fotografo è un personaggio simbolo, Terry O’Neill: prima di imbracciare una macchina fotografica, studia per diventare un musicista jazz. Da quando fotografa però una band, le sue foto iniziano a comparire sui giornali e il suo nome si lega a un pezzo di storia: loro sono i Rolling Stones.

Libertà che passa attraverso la moda

La musica non è solo strettamente collegata all’arte figurativa e alla fotografia: un altro tassello importante è rappresentato dalla moda: stilisti e designer pescano direttamente le stravaganze indossate dagli artisti e non solo, mutuando dalle strade e dai locali le collezioni che finiranno in passerella e in altri luoghi.
A Londra nasce Biba e, con questa realtà, dal laboratorio sartoriale si passa direttamente alla boutique, dove abiti pronti per essere indossati sono in grado di conquistare donne e uomini di ogni età e dalle varie disponibilità economiche, una lezione accolta in Italia da Elio Fiorucci. Anche Belinda e David Sassoon, dalla haute couture, afferrano questo cambiamento e diventano famosi per infondere nei propri abiti un design fresco ma esclusivo, coniugando la moda degli atelier con il crescente consumo.
Sempre un italiano, Missoni, si muove un po’ più in là: il baricentro delle sue collezioni si sposta verso il design, la sua maglieria, allo stesso tempo raffinata ma adatta per essere indossata in ogni occasione, libera il corpo e i suoi movimenti.

Rivoluzione declinata in note: la musica e le radio libere

La musica, che serpeggia come si è visto tra le varie arti, non è solo una presenza di sottofondo, bensì rappresenta un punto di rottura, alimentato da un fertile scambio tra le due sponde atlantiche: i dischi importati dall’America, in special modo quelli blues, forgiano un’intera generazione di artisti. Finiscono ad esempio nella mani sapienti di Alexis Corner e da lì il demone del Delta conquista band come, per citarne nuovamente una a caso, gli Stones.
Gli LP tuttavia non sono solo un supporto magnetico ma, per diversa struttura e concezione della musica, consentono maggiori espressioni artistiche. Non si sfornano più brani da spedire in classifica, bensì concept album, nei quali le diverse tracce concorrono alla costruzione di un’idea di fondo generale, vere e proprie opere (nell’accezzione musicale e drammatica del termine) come Pet Sounds dei Beach Boys o lo stesso White Album dei Beatles.

E poi c’è lei, la radio. Veri protagonisti di quest’epoca radiofonica sono loro,
i pirati dai capelli lunghi alla conquista delle emittenti off-shore, mercantili ancorati al largo che trasmettono sfidando le leggi dei propri Paesi, per finire nelle orecchie degli appassionati più estremi.
Il concetto di radio libera arriva dagli Stati Uniti, dove è sufficiente avere un gruzzolleto per acquistare un apparato tecnico in grado di trasmettere e la frequenza di trasmissione, un principio rivoluzionario che nel vecchio continente trova un piccolo ostacolo: il monopolio statale delle frequenze.
Così, emittenti come Radio Caroline e Radio luxembourg, guadagnano il pittoresco appellativo di radio pirata, per il loro antagonismo alle emittenti radiofoniche ufficiali.
Sono presenti anche in Italia, trasmettono dall’Adriatico come l’Isola delle Rose, mentre Federisco l’Olandese Volante lavora per Radio Veronica, ormeggiata al largo delle coste olandesi.
Lo stesso John Peel, fino alla sua morte simbolo della BBC, inizia la sua carriera proprio nelle radio prata. E gli LP presentati nella mostra alla Fabbrica del Vapore arrivano proprio dalla collezione del dj, produttore e giornalista britannico; è lui, dalle frequenze della piratissima Radio London, a lanciare band diventate monolito nella cultura musicale contemporanea.

A proposito di musica, è protagonista anche nella pellicola di Antonioni con gli Yardbirds, che in una scena del film suonano Stroll On: narra la leggenda che Antonioni avesse voluto prima gli Who, che rifiutarono, dopodiché i Velvet UNderground, che non riuscirono ad arrivare a Londra.

Il fulcro del pensiero

Ma cosa accomuna tutto questo? La controcultura non si oppone semplicemente a un potere che vacilla nella sua autorità, bensì prova a focalizzare la sensibilità sull’io individuale di ciascuno, invitando donne e uomini a diventare “cosmonauti dello spazio interiore”. Ecco allora emergere, accanto a uno spirito critico che rinnega un potere coercitivo, imposto e troppo spesso inaffidabile, l’emergere di esigenze più intime, colmate al di fuori della civiltà occidentale: le religioni e filosofie orientali, la spiritualità, l’occultismo, le percezioni sensoriali alterate grazie alle droghe colmano questa necessità.
A livello politico e sociale, i diritti civili, di donne e omosessuali, ambientalismo, senza dimenticare la posizione netta contro conflitti (primo su tutti il Vietnam), innestano le proprie tesi proprio su queste due grandi esigenze: il rifiuto critico e la valorizzazione dell’individuo.
Dalla beat generation si scivola così verso la psichedelia ma con affermazioni così fortemente attaccate alla realtà che, nel 1968, deflagra la protesta. E tutto ciò è un’eredità che viene accolta dagli anni ’70.
Non a caso, proprio all’inizio di questo decennio, viene pronunciato quello che può essere considerato un paradigma contemporaneo, che affonda le sue radici là dove anni bui hanno avuto terreno fertile, spinta creativà e propulsione per spingersi oltre:

The best way to predict the future is to invent it.

Alan Kay, informatico statunitense, discorso allo Xerox PARC del 1971

Libri da leggere:

  • One Dimensional Man, Herbert Marcuse
  • Electric Kool-aid Acid Test (L’Acid Test al Rinfresko Elettriko), Tom Wolfe 
  • The Doors Of Perception (Le porte della percezione), Aldous Huxley 
  • Atlas Shrugged (La rivolta di Atlante), Ayn Rand 
  • The Uses Of Literacy, Richard Hoggart
  • On The Road (Sulla strada), Jack Kerouac 
  • The Gutenberg Galaxy: The Making Of Typographic Man (La galassia Gutenberg: nascita dell’uomo tipografico), Marshall McLuhan 
  • One Flew Over The Cuckoo’s Nest (Qualcuno volò sul nido del cuculo), Ken Kesey
  • Sex And The Single Girl, Helen Gurley Brown

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