Il romanzo di Mary Shelley compie 200 anni: perché Frankenstein, dalla Notte di Villa Diodati alle versioni per il cinema, insegna che non sono certo i mostri, quelli fantastici, il vero problema.

In una notte buia e tempestosa: quando potrebbe iniziare altrimenti la storia che ha terrorizzato il mondo per generazioni? Per la precisione, tutto comincia una sera d’estate del 1816 quando, durante un temporale, Lord Byron lancia una sfida ad alcuni amici: scrivere un racconto dell’orrore. Con il poeta inglese, sono presenti il medico John Polidori e una coppia di letterati anticonformisti: Percy e Mary Shelley. Ed è proprio quest’ultima a portare a compimento il racconto che, esattamente due secoli fa, diventa un archetipo dell’orrore. Perché, se non si fosse ancora capito, qui si parla di Frankenstein.

Dove è nato Victor Frankenstein?

È il 1° gennaio del 1818 e, per le vie di Londra, iniziano a circolare le 500 copie di Frankenstein or, The Modern Prometheus, editore Lackington, Hughes, Harding, Mavor, and Jones. Il racconto, pubblicato in tre volumi, è anonimo (lo resterà fino all’edizione francese del 1823) e non ha facile vita editoriale: gli editori di Percy Shelley e Byron, Charles Ollier e John Murray, con tutta la lungimiranza possibile, rifiutano infatti di pubblicare la storia. In più, una volta aggirato l’ostacolo, le recensioni non sono propriamente tutte concordi sulle potenzialità del libro.
Al di là di un giudizio critico smentito poi dal tempo, negli anni subentra un’ulteriore deviazione, che continua fino ad oggi: Frankenstein non è il mostro, bensì il protagonista del racconto e dello stesso mito che viene a crearsi intorno a lui. Il medico Victor Frankenstein nasce nei pressi di Villa Diodati, sul lago di Ginevra, nella mente di Mary Shelley, durante l’estate del 1816.
E Mary non è una donna qualunque: figlia della femminista Mary Wollstonecraft, che muore in seguito al parto, e del brillante filosofo William Godwin, ha come genitori due pensatori rivoluzionari, un tratto che influenza la sua vita già dalla genetica. Accade poi anche un incontro fondamentale: uno dei discepoli più devoti del padre di Mary è infatti il poeta Percy B. Shelley, un tizio che vuole cambiare il mondo, protesta contro privilegi dei pochi, le diseguaglianze sociali e le ipocrisie ecclesiastiche, in poche parole, un vero ribelle. I due si incontrano per la prima volta nella libreria di Godwin, nell’East End londinese, quando Mary ha appena sedici anni (e lui già una famiglia alle spalle), per giurarsi ben presto eterno amore sulla tomba della madre di lei. Insomma, una storia straordinaria, no? Tuttavia, costellata da picchi di successo e abissi di disperazione, che si susseguono di continuo.

Proprio in compagnia di Percy, Mary Shelley visita tutta l’Europa e, in modo particolare, un viaggio è interessante: quello che, nel 1814, la porta a seguire le rive del Reno, in Germania. Da qui prendono vita numerose tesi (e antitesi) riguardo una prima scintilla d’ispirazione per la Shelley, grazie a castelli di alchimisti, località di nome Frankenstein eccetera. Al di là di questo, il viaggio continua verso la Svizzera, dove in effetti il libro è ambientato: qui, Mary risiede in una casa a poca distanza da Cologny e da Lord Byron che, a sua volta, ha affittato una villa sul lago, con il già citato Polidori.
Proprio in questa casa, la compagnia si riunisce, parla di poesia e letteratura ma, e forse soprattutto, di nuove scienze, galvanismo e idee occulte. Così, durante alcuni giorni di temporale, tutto accade: nella famosa Notte di Villa Diodati viene organizzato il gioco che cambia la letteratura e plasma il mito.  Mary Shelley prende tanto sul serio la sfida, e probabilmente più di ogni altro presente in quella casa, tanto che la storia infesta il suo sonno e le crea degli incubi. Si immerge così nelle fantasie di uno scienziato che infonde vita stessa a un corpo inanimato, un esperimento che sfida sia i canoni scientifici sia la stessa morale, per finire poi terrorizzato e vittima della stessa creatura che a lui si ribella: ha 19 anni quando scrive tutto questo.

Tra parentesi, un altro racconto prende forma durante quella notte, da un’idea di Byron, per essere stampato nel 1819: è Il Vampiro di John Polidori, la prima storia moderna del genere, che sveste la creatura della notte dal folklore per catapultarla nel mondo aristocratico e moderno.

Dai classici alla fantascienza nel romanzo di Mary Shelley

Al di là dell’aspetto terrifico, Frankenstein è un racconto a più livelli di interpretazione e probabilmente questa è la sua forza, in grado di renderlo inossidabile. Già dal titolo originale dell’opera, rielabora infatti il rapporto tra creatore e creatura, prendendo appunto le mosse dal mito di Prometeo e Pigmalione:

He stole fire from the Gods and molded humans flesh from clay. Like my Victor, a symbol of rebellion (...) for all of us who oppose tyranny and oppression (Ha rubato il fuoco agli dei e plasmato carne umana dalla creta. Come il mio Victor, un simoblo di ribellione, per tutti noi che ci opponiamo a tirannia e oppressione)

Dalla serie tv "The Frankenstein Chronicles" (2017)

La Shelley, classe 1797, non ha solo una solida cultura alle spalle, ma vive in un periodo di scoperte scientifiche senza precedenti, flusso diretto dei precetti dell’Illuminismo. La biologia è una scienza nuova e le scoperte si susseguono, numerosi studiosi considerano la possibilità, grazie a elettricità e magnetismo, di rianimare i tessuti morti, mutuando gli insegnamenti di Luigi Galvani e applicandoli, su larga scala, alla stessa vita umana.
Inoltre, le nuove pratiche di chirurgia e, in modo particolare, anatomia, si scontrano direttamente con politica e religione: la dissezione dei corpi è una pratica illegale, il mercato nero che viene a crearsi dà origine a cronache macabre e oscure che, senza dubbio, infestano l’immaginazione della Shelley.
C’è poi anche la filosofia: in Frankenstein, emerge il riferimento alla statua animata di Étienne Bonnot de Condillac: secondo il filosofo, la natura dispone ogni essere umano degli organi che sono in grado di stabilire la differenza tra dolore e piacere, ma è l’esperienza individuale a completare la sua opera. Allo stesso modo, si innestano echi di Jean-Jacques Rousseau e del buon selvaggio, che riporta la convinzione secondo la quale l’uomo, in origine “animale buono”, sia corrotto dalla società e dal progresso. Ultimo tassello di questo mosaico, la furia, reminiscenza diretta delle rivoluzioni della fine del XVIII secolo: gli oppressi possono, e praticamente sempre questo accade, diventare essi stessi oppressori e commettere gli atti violenti di cui sono stati vittime. Un’analisi spietata della natura umana, in poche parole, qualche anno prima de Il signore delle mosche.
Così, attualità, mito classico e filosofia si fondono in quelle che sono le atmosfere del romanzo gotico, ma questo non basta. Emergono infatti, intrecciati a una vita anticonvenzionale, eppure complessa e tragica (la Shelley non solo è orfana, ma sopravvive anche la perdita dei figli e il suicidio della sorella), che vede l’autrice sempre a stretto contatto con la morte. Quello che accade, e nei secoli successivi sarà la psicanalisi a testimoniarlo in modo approfondito, è una perdita della realtà a cui consegue la sua sostituzione grazie alla fantasia: il vuoto, disperato e senza speranza, innesca insomma nella Shelley un immaginario in grado di spaccare ogni barriera. Con tanti saluti a Jane Austen e alle Sorelle Brontë.
C’è di tutto in Frankestein ma, forse soprattutto, ci sono i primi elementi di fantascienza. È lo scrittore Brian Aldiss a insistere su questa tesi: a dispetto di opere precedenti infatti, non sono presenti solo elementi fantastici o forze ultraterrene nell’opera della Shelley, bensì un protagonista volitivo, che prende una decisione consapevolmente e deliberatamente, affrontando moderni esperimenti, in un laboratorio all’avanguardia, con l’obiettivo di ottenere risultati considerati irraggiungibili, andando oltre i propri limiti e quelli della società. Anche per questo, l’opera non può che avere un grande effetto sulle generazioni successive.

Bonus: 10 film di Frankenstein

Insomma, è ovvio. Pensare alla creatura di Frankenstein (sempre dimenticando il povero dottor Victor), l’iconografia che salta subito alla mente è quella del mostro dai lineamenti squadrati. E l’immagine ha una precisa origine: il lavoro del truccatore Jack Pierce sull’attore Boris Karloff.
Quando Frankenstein abbandona le pagine dei libri e sale per la prima volta sul palco è nel 1887, per lo spettacolo teatrale Frankenstein, or The Vampire’s Victim. Nel corso degli anni,  e senza perdere nemmeno troppo tempo, il cinema ha subito colto le potenzialità del racconto: dal debutto nel muto alle saghe degli anni ’50, dai b-movie degli anni ‘60 e ‘70 alla rottura della tradizione con il dissacrante Mel Brooks, fino alla ridefinizione dell’iconografia di Robert De Niro e oltre. Una filmografia essenziale potrebbe prevedere:

  • Frankenstein (1910)
  • Life Without Soul (1915)
  • Il mostro di Frankenstein (1920)
  • Frankenstein (1931), di James Whale con Boris Karloff
  • Frankenstein Meets The Wolf Man (1943), con Bela Lugosi
  • The curse of Frankenstein (1957), primo della saga della Hammer Film Productions, con Peter Cushing e Cristopher Reeve
  • Necropolis (1970), per il Made in Italy di Franco Brocani
  • Frankenstein Junior (1974), con Mel Brooks a dirigere Gene Wilder
  • Mary Shelley’s Frankenstein (1994), di e con Kenneth Branagh, più Robert De Niro ed Helena Bonham Carter
  • Victor Frankenstein (2015), col trio Daniel Radcliffe, James McAvoy, Andrew Scott

In tutto questo, non mancano cartoni animati e serie tv: tra queste, negli anni recenti Harry Treadaway ha dato volto al Victor Frankenstein di Penny Dreadful. Inoltre, la creatura diventa un archetipo, anche sotto mentite spoglie, basti pensare a The Rocky Horror Picture Show.

Non solo mostri: Mary Shelley, scrittrice

Universalmente, sembra che Mary Shelley sia nota ai più solo per il suo Frankenstein, eppure non ha scritto anche ben altro, ad esempio:

  • Mathilda (1819)
  • Valperga; or, The Life and Adventures of Castruccio, Prince of Lucca (1823)
  • The Last Man (1826)
  • Lodore (1835)
  • The Fortunes of Perkin Warbeck (1830)
  • Falkner (1837)

Inoltre, scrive biografe, libri di viaggio e cura le edizioni critiche del marito, comprese quelle postume, senza contare gli infiniti taccuini e diari rimasti a testimonianza della propria vita.

Comunque sia, esattamente due secoli dopo, Frankenstein è più che mai attuale. Anche perché, ammettiamolo: non sono i mostri a fare paura, piuttosto ciò di cui sono capaci gli uomini.

Immagine in apertura: cartolina colorata di Frankenstein (1931), con Boris Karloff (Wikimedia Commons).

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