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Come ogni anno, il Maestro Kudsi Erguner sbarca alla Fondazione Cini di Venezia con l’Ensemble Bîrûn. E racconta il senso divino della musica.

C hi è Kudsi Erguner? Più che un artista di talento e appassionato studioso, è testimone vivente del valore artistico, culturale e sociale della musica stessa. Discendente di una famiglia di musicisti, è uno dei maggiori interpreti al mondo di uno strumento dalla tradizione millenaria: il ney, un flauto dalle origini antiche, che risalgono alle corti dell’impero ottomano e il cui suono, dagli altopiani turchi ai deserti persiani, è associato a una profonda spiritualità.

Oggi, Erguner affianca all’attività di musicista quella di accademico e da Parigi, dove vive dal 1972, diffonde il suo messaggio pressoché ovunque sulla terra, catturando l’attenzione di appassionati, studiosi, curiosi e artisti. Tra le numerose collaborazioni, ad esempio, quella con Peter Gabriel (che di rabdomanzia sonora qualcosa ne sa) per la colonna sonora di The Last Temptation of Christ, il film di Martin Scorsese.
Al di fuori di aule, concerti e studi di registrazione, uno dei modi per incontrare l’arte di Erguner e le implicazioni sociali e culturali ad essa legate, è partecipare ai seminari che tiene in tutto il mondo: nello specifico, viaggiando in direzione Venezia per scoprire l’Ensemble Bîrûn, quest’anno alla settima edizione.

Il progetto, che coinvolge numerosi musicisti sotto la direzione artistica del maestro Erguner, porta avanti l’approfondimento della musica di corte ottomana, senza trascurare le sue influenze al di fuori di essa. L’impero, dalla fine del XIII secolo agli inizi del XX, racchiude nei suoi confini un vasto territorio di influenza, nel quale gli scambi culturali sono prolifici e frequenti: oggi, questa ricchezza artistica consente di avere a disposizione un repertorio infinito da cui attingere e approfondire. Proprio partendo da una tale disponibilità di materiale, nascono le masterclass con sede all’Istituto di Studi Musicali Comparati, presso la Fondazione Cini di Venezia. Concluso il ciclo di seminari, Erguner e l’Ensemble danno vita a un concerto aperto a tutti e quest’anno, per la settimana edizione degli incontri, è protagonista la musica dei Bektashi, una confraternita sufi nata nell’odierno Iran nordorientale. In modo particolare, è portato alla luce il Nefles, genere musicale e letterario che si traduce in “soffi di ispirazione divina”.

L’intervista con Kudsi Erguner

Nei giorni dei seminari tenuti presso l’Istituto di Studi Musicali Comparati, e alla vigilia del concerto dell’Ensemble Bîrûn, Kudsi Erguner mi racconta:

Ogni anno, scelgo un aspetto diverso della musica maqâm o dei repertori modali dell’era ottomana. Nelle prime edizioni, è stato importante evocare il lavoro dei diversi compositori nati dalle differenti comunità. Abbiamo lavorato con i compositori dal XV al XIX secolo, compreso un pezzo di Giuseppe Donizetti che è diventato “Donizetti Pasha” a Istanbul. Dopo i compositori, abbiamo iniziato a lavorare sulle composizioni scritte in diverse lingue come ottomano, persiano, ebreo e greco.

Per l’appunto, quest’anno protagonista nelle sale della Fondazione Cini è il repertorio dell’ordine dei Bektashi, da Istanbul e dai Balcani. Il maestro Hadj Bektash è un sufi del XIII secolo e i suoi discepoli hanno un’importante influenza sia nella politica ottomana sia nella vita militare, dato che l’esercito dei giannizzeri è spiritualmente devoto a lui. Proprio il Nefes è il repertorio eseguito durante le loro cerimonie, arrivato a noi anche grazie al lavoro del musicologo turco Rauf Yekta Bey, vissuto tra gli ultimi decenni dell’800 e gli anni ‘30 del secolo successivo, autore di numerose trascrizioni. Punto cardine dell’opera di Erguner, anche a fronte di un vivo dibattito musicologico, è il rispetto dell’autenticità del repertorio.
In tutto questo, fa il suo ingresso proprio il ney, lo strumento che più rappresenta Erguner così come la voce centrale nella musica ottomana: quali considerazioni è possibile fare sulla sua evoluzione e sul ruolo attuale?

Il ney è davvero uno strumento antico, ma ha anche grandi possibilità da esplorare. Le poesie e la considerazione da parte di importanti poeti e maestri sufi hanno dato a questo strumento un posto di rilievo nella musica classica di corte, così come nelle tradizioni sufi, in particolare nell’ordine Mevlevi, i Dervisci rotanti. Tuttavia, la rivoluzione culturale della Turchia moderna ha negato e anche tentato di proibire questa eredità. Ho la fortuna di discendere da un’antica dinastia di suonatori ney, quindi sono stato in grado di fuggire dalle influenze negative di questo periodo. Della mia generazione, ci sono solo due o tre suonatori ney.

Non solo illustri antenati quindi, ma anche una solida formazione come musicista. Vivere in Europa da oltre 40 anni, consente poi al Maestro un’opportunità unica: quella di presentare lo strumento che suona, per certi versi distante dalla sensibilità occidentale, in ogni parte del mondo, con concerti, album, collaborazioni e seminari internazionali.

Potrei dire che il mio lavoro ha avuto due effetti: il primo è la reintroduzione dell’importanza e del rispetto della tradizione di questa musica; il secondo è l’ingresso del ney in diversi mondi musicali, come uno strumento fuori dal proprio contesto. Oggi molti giovani musicisti, non solo in Turchia ma anche in tutto il mondo, interpretano il ney e io posso solo essere orgoglioso di questo successo.

In poche parole, Erguner traduce la musica come ciò che dovrebbe essere (ancora prima di un prodotto commerciale): qualcosa di vivo, tangibile, connesso alla realtà in modo indissolubile e forma di espressione di un tempo.

La musica è un’arte, non possiamo condannarla al passato. Dovrebbe essere un ponte tra il passato e il presente, altrimenti non sarebbe vivo. La musica per me è l’essenza di una civiltà e, quando questa civiltà non esiste più, deve essere sostenuta da istituzioni e accademici che consentano di raggiungere le orecchie del pubblico.

Tutto questo, senza dimenticare che, troppo spesso, eventi storici, confini geografici e questioni politiche spesso rendono distanti delle tradizioni culturali: qual è la sua ricetta per unirle in un unico corpus e renderle fruibili anche ai neofiti?

Per quanto mi riguarda, i confini politici e culturali non sono mai gli stessi. In particolare, la musica non può essere preda di confini o limiti culturali. Credo poi ci siano due tipi di esseri umani: quelli sensibili all’arte della musica e quelli che sono totalmente indifferenti. D’altra parte, siamo anche confusi da coloro che non sono interessati alla musica, ma da ciò che rappresenta come identità culturale. Credo che se qualcuno ha il piacere di ascoltare una cantata di Bach, la sua reazione non dovrebbe essere diversa quando ascolta una bella musica proveniente da una cerimonia di Dervisci rotanti.

Sotto questa luce, la lezione dell’Ensemble, oltre che musicale, è in qualche modo anche etica e sociale: in un’epoca di contrasti e guerre, qual è il ruolo della musica?

Sarebbe molto ingenuo credere che la musica possa essere l’unica possibilità per fermare la violenza e la barbarie nel periodo che stiamo vivendo. L’essere umano è come uno strumento musicale che ha bisogno di essere in sintonia con se stesso e con il mondo in cui vive. Possiamo solo sperare che ascoltare musica spirituale possa provocare il desiderio di cercare un’armonia interiore.

Quindi forse è vero e sentirlo dire anche dalle parole del Maestro Kudsi Erguner non può che confortare: la musica non conosce confini e può davvero cambiare, se non il mondo, forse ogni uomo disposto ad ascoltarla. E la sottoscritta, nella versione di se stessa tra i banchi delle lezioni di Etnomusicologia, è orgogliosa di avere avuto modo di ascoltare e scrivere queste parole, il senso di tutto.

Un ringraziamento alla Fondazione Cini e all’Istituto di Studi Musicali Comparati per l’intervista. L’immagine in copertina è di Matteo De Fina.

Una versione dell’intervista è presente anche su Amadeus.

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