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Un lungo dialogo con Yuval Avital che racconta il suo ultimo progetto, Human Signs: ad oggi, il suo lavoro più puro e viscerale, nato da un’intima urgenza e diventato opera d’arte virale.

Q uella che segue è una lunga conversazione con Yuval Avital, durante la quale l’artista mi ha raccontato con la dedizione e profondità che lo contraddistingue il suo ultimo progetto, Human Signs, opera partecipativa che coinvolge danzatori e musicisti di ogni parte del mondo, unendoli grazie alla tecnologia digitale.
Così, un pomeriggio di maggio, abbiamo parlato di tutto: di arte e musica, certo, ma anche di voce e gesto come strumenti di espressione primordiali e universali, della situazione attuale che è franata addosso agli artisti, bloccati nella loro ipersensibilità e vittime di un sistema che li vede privati della loro professione, del trauma che investe tutti noi nella transizione tra lockdown e ritorno alla vita. E anche di speranza, della dicotomia tra individualismo e solidarietà sociale, dell’energia che spinge alla rinascita, dell’opportunità di rileggere la vita del singolo e sociale che vacilla pericolosamente tra le brame di avvento di avidità e potere, con il rischio di una deriva. Perché la musica, e l’arte in generale, sono anche un atto politico nel momento in cui nascono, raccontano e provano a cambiare il mondo. Mai come oggi.

YA. Stiamo tutti vivendo un trauma. Soprattutto per i musicisti e gli artisti, che vivono l’aggregazione, il concetto del social distancing è un nemico: arte e musica nascono nel rito, nell’unione di persone.
Ho parlato con due artisti di Human Signs, Etta Scolo e Nicholas Isherwood, ed entrambi hanno sottolineato l’importanza di questo scambio di energia tra loro e il pubblico. Inoltre, c’è il pericolo maggiore di questo momento, il creare sostituzioni che non sono altro che adattamenti della realtà precedente. Ad esempio, fare un concerto di musica di Schubert con un live streaming su Facebook, che senso ha? Già Frank Zappa ha detto che la differenza tra andare a un concerto e sentire un disco è come visitare le Hawaii e ricevere una cartolina. A questo punto, lo streaming è dieci volte peggio, è un WhatsApp dalle hawaii! La cosa che Human Signs non fa è proprio creare un adattamento, anzi Huma Signs non avrebbe potuto esistere se non in questo momento storico del Covid.

Stiamo tutti vivendo un trauma. Per musicisti e artisti, che vivono l’aggregazione, il concetto del social distancing è un nemico: arte e musica nascono nel rito, nell’unione di persone.

SC. Nel dettaglio, rispetto a quelli che potremmo definire dei palliativi artistici, come si concepisce la differenza tra Human Signs e ciò che tu definisci un mero adattamento? Come nasce questo progetto?

YA. Mi trovo nella campagna biellese dove, 14 settimane fa, la mia famiglia e io siamo stati per un fine settimana. Poi è stato dichiarato il lockdown e abbiamo deciso di rimanere. Con me avevo un tablet, un telefono, un po’ di carta per disegnare e scrivere musica, una chitarra e nient’altro. All’inizio ho visto l’occasione per un artist retreat e per godere dell’intimità della famiglia, ma ben presto ho capito di vivere con una roccia sul petto di una tonnellata. In parallelo, iniziavo a consumare più social per avere notizie, cominciavano a esserci questi concerti come il coro dell’opera che canta il Va’ pensiero, rockettari miliardari che fanno canzoni da una villa all’altra, star di Hollywood che cantano Imagine, tutti deliri e psicodrammi. C’era poi chi ha cercato di immaginare delle forme di adattamento dell’arte, con concerti a distanza, ad esempio tramite Zoom, nonostante i problemi di sincronizzazione, in una specie di attaccamento al presente. E io di fronte a questo non sentivo né la volontà di adattarmi né la volontà di essere indifferente: volevo piangere, urlare, pregare, trasmettere una paura vera di fronte a un futuro che un pezzo di me auspica sia un grande reset dell’umanità, ma un altro teme possa essere l’inizio di una serie di accadimenti devastanti. Abbiamo concesso una tirannia temporanea, in modo civile, per combattere questo virus e questa emergenza, ma ci sono già politici, in varie parti del mondo, che fanno un cattivo uso di questo. Un giorno, ho sentito che non ce la facevo più e avevo bisogno di buttare fuori tutto questo. Quindi ho preso l’unico mezzo multimediale che avevo, il tablet, ho schiacciato record e ho messo in voce tutto ciò che sentivo: è uscito una sorta di mantra, canto, preghiera, urlo… da anni lavoro con la voce, sia nelle installazioni sia in concerti, con folle, cantori classici e tradizionali, ma non ho mai messo pubblicamente la mia in un’opera, lo consideravo come un fatto privato. Tuttavia, Human Signs nasce dalla voce e dal gesto, due pietre miliari, prima della lingua, prima della cultura, prima della grafica, a livello animale.
Ho mandato questo mantra, come un cantus firmus, ad amici e colleghi per creare una loro testimonianza d’arte. Allo stesso modo l’ho inviato a dei ballerini, quindi ho chiamato Stefania Ballone, grande amica e coreografa della Scala, con cui ho già collaborato ad esempio in Foreign Bodies. Così, abbiamo iniziato a mandarlo ad altri artisti e in tanti hanno iniziato ad aderire spontaneamente al progetto.
Speriamo, quando tutto sarà finito, di presentarlo come un’installazione immersiva con schermi e altoparlanti, in cui possiamo invitare anche questi grandi artisti a dialogare tra loro. Non era mia intenzione, eppure è diventata una delle opere più importanti che ho mai fatto in vita mia, forse.

SC. Raccontavi di non volerti esporre, eppure è proprio il senso di autenticità che hai messo nel tuo cantus firmus a catturare tutti i partecipanti al progetto, i cantanti tanto quanto di ballerini. Il fatto di essere un gesto autentico, espressione vera in un momento di profonda crisi, ha innescato – perdona il gioco di parole – la viralità di questo progetto.

YA. C’è un elemento di viralità nel progetto in quanto sono io stesso il virus che entra nelle case di questi artisti che vivono tutte le difficoltà del momento, per di più nell’incertezza. Tutti vivono la loro sensibilità e vulnerabilità, che è frutto di questo mestiere e imprescindibile nella creazione d’arte. E secondo me c’è una grande stanchezza per ciò che non è vero, autentico, in qualche modo.
È molto importante il ruolo dell’arte adesso, ma non può essere, in un momento di isolamento, uno strumento di ribadire il proprio io. L’artista crea da se stesso, ma c’è un momento in cui l’arte può contribuire a fare qualcosa di più. Farsaneh Joorabchi, grandissima cantante persiana, ha detto che “ci hanno chiuso in casa, avrebbero dovuto portarci in prima linea a cantare per la gente, negli ospedali”: è un’idea molto emozionante, non so quanto fattibile, ma secondo me il fatto che l’artista ribadisca solitudine, vulnerabilità, desiderio, paura, attrazione al trascendentale, tutti questi elementi rappresentano una visione molto diversa da quella condivisa da molti: d’accordo il dire “andrà tutto bene”, ma la pacca sulla spalla forse è una cosa che in qualche modo è ridondante di fronte a una persona in difficoltà. Human Signs parla di energia, che esiste perché e siamo vivi.

Human Signs nasce dalla voce e dal gesto, due pietre miliari, prima della lingua, prima della cultura, prima della grafica, a livello animale.

SC. Tornando a quanto spiegavi riguardo i due elementi archetipici come gesto voce, potremmo considerarlo un recupero dei mezzi primordiali di espressione, proprio in nome di questa energia a cui hai appena accennato, e autenticità necessaria.

YA. Da anni dialogo con la danza in varie declinazioni. In Human Signs il lavoro dei danzatori, molti dei quali sono primi ballerini, è un lavoro coraggioso di sincerità, che li vede mettersi in qualche modo a nudo. L’unica cosa che ho fatto è creare quattro sequenze con un punto di partenza e uno di arrivo nell’arco di dodici minuti, per fornire una sorta di regola e non lasciare tutto completamente arbitrario, dare direzionalità e armonia. La cosa importante è che, quando ascolti Human Signs online, con otto voci, hai molta densità. I cantanti hanno come punto di riferimento il mio mantra da un punto di vista di intensità temporale e musicale, per i ballerini invece c’è il riferimento del mantra, ma non dello spazio e del gesto. Per questo era importante creare un’archittettura di comportamento.
È quasi materia di ricerca, il vedere quanti sincronismi accadono in questi ensemble di persone che non hanno visto o sentito niente l’uno e dell’altro. Ci sono cose che accadono che per me sono quasi impossibili. Ad esempio, ci sono due cantanti, Anna Maria Civico dalla Calabria e Yael Tai da Gerusalemme, che sono in silenzio e poi, dopo un minuto e 27 secondi, tutt’e due attaccano allo stesso punto, una con una parallela quarta e una parallela quinta, e iniziano a creare un organum tra di loro e con me. Non è stato suggerito niente, non è una jam session, è una cosa completamente organica.

SC. È come se tutte queste persone, accomunate sia da un contesto che vede una situazione straordinaria, di emergenza, sia un approccio estremamente sensibile e vulnerabile, riuscissero a trovare un sincronismo anche senza conoscersi, come se questa energia riuscisse. in qualche modo, a travalicare i confini digitali.

YA. Dal punto di vista poetico e psicologico penso sia così, dal punto di vista filosofico e analitico credo che, in modo inconscio, la mente di questi grandi artisti riconosca e percepisca la struttura innestata dentro il mantra, anche senza analizzarla.

SC. Da un punto di vista sociale e politico, perché la musica e l’arte in generale sono di per sé un atto politico, nei loro aspetti pubblici e sociali, come vedi la realtà attuale?

YA. Penso che, in questo momento, siamo tutti ipersensibili e che questa sia l’opportunità di rileggere la nostra vita, il nostro ruolo sul pianeta in modo diverso, di poter cambiare rotta. La domanda è se l’avidità umana e i poteri faranno da massa critica di fronte a tutto ciò: per ora iniziamo a sentire notizie di oscenità che si fanno ovunque sfruttando questa situazione. Penso anche che molti si sentano abbandonati.
C’è una grande energia che vuole esprimersi, come una specie di piccolo dopoguerra, ma allo stesso tempo bisogna creare i canali giusti per dare un senso a questo flusso e non possono essere il ribadire dei sistemi passati, devono essere più centrati sull’individuo, anche se è una sfida dal punto di vista politico che ha sempre messo catene di interlocutori prima di arrivare al singolo.
Per quanto riguarda Human Signs, si tratta di un atto di generosità: questi 110 artisti e tutti i volontari che lavorano al progetto gli hanno conferito dimensioni mastodontiche, senza produttore, committente, sostenitore. Tutte queste persone danno amore al progetto e attraverso il progetto stesso amore all’umanità, ma non sulla falsariga di un We Are The World, qui ci sono testimonianza preziose, un patrimonio umano immenso da ogni dove che parlano non di un’idea politica bensì dell’essere umano.

In ultimo luogo, ma non certo per importanza, è doveroso citare la squadra di volontari, un gruppo di professionisti di eccellente livello che hanno messo tempo, dedizione e capacità al servizio di Human Signs. La curatrice danza, come già accennato, è Stefania Ballone; Niccolò Granieri si occupa della programmazione software, mentre al montaggio video e sonoro ci sono rispettivamente Monkeys Video Lab e Tychonas Michailidis; il live broadcast è gestito da Franco Covi e a Valentina Buzzi il ruolo di coordinatrice.

Qui il sito di Human Signs e il canale Youtube di Yuval Avital dove seguire gli ensemble.

Immagine in apertura, Adriana Lizardi (Portorico); all’interno del testo Jernej Bizjak (Slovenia) e Gelsey Bell (USA).

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