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L’annuncio arriva in un pomeriggio d’inverno: la pubblicazione di un disco di Nick Cave e Warren Ellis è imminente. Carnage debutta poche settimane dopo, il 25 febbraio, ed è il primo firmato dai due, sebbene la discografia che li vede protagonisti conti decine di capitoli.
La genesi affonda nei mesi di isolamento e restrizioni che, da un anno a questa parte, sono quotidianità per milioni di persone. I protagonisti sono due artisti e amici, che si ritrovano dopo molto tempo per continuare una lunga conversazione (un assaggio del loro sodalizio, artistico e umano, è presente nel film documentario 20.000 Days On Earth), attraverso quel linguaggio che li lega nel profondo, oltre ogni secondo di vita vissuta: la musica.
Già lo scorso anno, in primavera, è stato proprio Nick Cave a rivelare la sua prospettiva di artista nei confronti della pandemia, considerando la necessità di un temporaneo silenzio a fronte della realtà inenarrabile.

My response to a crisis has always been to create. This impulse has saved me many times […] Perhaps, it is a time to pay attention, to be mindful, to be observant. […] Perhaps, we will also see the world through different eyes, with an awakened reverence for the wondrous thing that it is. This could, indeed, be the truest creative work of all.

The Red Hand Files #90

Un silenzio che, alcuni mesi dopo, è stato interrotto dal live all’Alexandra Palace di Londra, voce e pianoforte a squarciare la notte, un abbraccio in diretta streaming nel quale abbandonarsi con fiducia.
Oggi, Carnage svela il nuovo sguardo sul mondo, uno sguardo sulle meraviglie circostanti e sull’intimo umano, sull’abisso di solitudine e le iniquità emerse con forza dirompente, tanto nella cronaca quanto nell’esistenza di ciascuno.
In un tempo di limitazioni e riflessione forzata, l’immaginario descritto in Carnage ha una molteplicità di volti, è insieme uno e trino. Scava nel passato del cantautore, mettendo a nudo le onnipresenti radici, ricordi d’infanzia che trasfigurano nell’oggi, sparpagliando frammenti di vita vissuta. Ne è un esempio l’immagine di Cave stesso, con un libro di Flannery O’Connor tra le mani, in Balcony Man (nota a margine: oltre alla scrittrice, Cave cita anche il musicista Glen Campbell in Old Time). L’occhio guarda poi oltre, mutua da cronaca e attualità la materia poetica, scivola infine tra visioni e suggestioni, in uno sguardo che indugia dal dettaglio allo spazio circostante, dal sé all’universale.

La scrittura è fluida e narrativa, a ricordare come quelle di Nick Cave non siano semplicemente storie: i versi sono tracce di reale giustapposte a visioni, simboli in bilico tra epica, reminiscenze bibliche e archetipi letterari. Un esempio? Basti pensare al fiume evocato in Hand Of God (Let the river cast its spell), fonte battesimale, soggetto letterario (quante pagine sono state scritte in riva a un fiume, da Joseph Conrad a Norman Maclean, per citarne solo un paio?), metafora che trasfigura nel corpo della donna amata. I riferimenti biblici, da notare, non sono nuovi nella poetica di Cave: affollano testi e libri, li ricorda lui stesso in Stranger Than Kindness, se si ha la pazienza di sfogliare il volume fino alle note finali: nella natia Wangaratta, in Australia, da bambino, frequenta la chiesa e canta nel coro. Da quei giorni, le storie della Bibbia — al netto di valori e riferimenti cristiani che esulano da questo discorso — gli parlano, le immagini si imprimono nella mente con forza travolgente, tanto da essere vivide ancora oggi. E qui un altro punto focale che torna nel disco, l’infanzia, luogo della memoria e dell’anima.

Duttile e in continua metamorfosi, la scrittura unisce in un unico amalgama temi che toccano ciascuno di noi, il nostro io e il mondo intorno. Come anticipato, in uno stato di clausura forzata, il primo è quello della fuga da una realtà di costrizioni: un pensiero che ha accomunato donne e uomini senza distinzione di età, classe o collocazione geografica. Ecco allora Albuquerque, col reiterarsi dei versi And we won’t get to anywhere / Anytime this year, darlin. Il lavoro di Nick Cave, la personale catarsi attraverso la narrazione poetica, conferisce una forma a questo desiderio, rendendolo universale e facendolo, cosa non meno importante, in modo sublime. Lo stesso vale per la title track Carnage, straziante nel suo incedere, in antitesi al diafano tappeto elettronico.
C’è poi anche la stretta attualità che diventa poesia: il pensiero non può che andare subito alle Murder Ballads, con la vicenda dell’assassino Lee Sheldon raccontata in Stagger Lee. Tuttavia, qui Cave ed Ellis si spingono oltre, tra le immagini, atroci e indelebili, dell’omicidio di George Floyd a Minneapolis e l’abbattimento della statua di Edward Colston a Bristol: scaturisce così la marcia di White Elephant. Restando sempre nel passato, anche in Push The Sky Away è presente un brano altrettanto interessante: con Higgs Boson Blues un fatto reale, una scoperta della fisica (il bosone di Higgs), innesca una catastrofica spirale che trascina con sé anche personaggi come Robert Johnson e Miley Cyrus, dipingendo, come dice lo stesso Cave in un’intervista al Guardian di qualche anno fa, un “absolute spiritual collapse” che investe il mondo. Oggi, un simile processo di accostamento delle immagini scava più a fondo, grazie alla poesia sulfurea e alla maestosità dell’inno gospel.
Non ultimo, il risvolto più intimista, che emerge ad esempio in Lavender Fields, delicata riflessione sull’effimero, sulla precarietà dell’esistenza.
A tal proposito, c’è anche una grande assente: la pandemia, che è stata grembo creativo. Non viene mai accennata, eppure è in ogni verso, in ogni battuta. Ed ecco la forza dirompente di Carnage, il suo non essere opera didascalica, il rendere tale assenza ancora più vistosa, poiché ciò che manca, la vita di prima, e ciò che ora tutto avvolge, il vuoto, l’angoscia, la paura, viene combattuto proprio con il potere salvifico della fantasia, dell’estro creativo, dell’ispirazione.

Per sondare con simile padronanza coscienza e realtà, la struttura delle canzoni deve necessariamente essere rivista, scardinata: un’altra forza del disco è proprio la libertà nel plasmare la materia musicale. Ciò consente infatti alle otto tracce di creare vere e proprie scenografie sonore, una nuova dimensione di ascolto e riflessione.
In questo senso, Hand Of God si configura non solo come prima traccia dell’album, ma pure vera e propria ouverture, nel senso classico del termine: racchiude l’essenza del disco, la linea melodica che lentamente s’infrange sotto al peso dei versi è già monito per una marea in costante oscillazione. Ancora, White Elephant mostra il potere delle parole declamate, trascinando la cronaca nell’arte, per sciogliersi nella purezza del già citato gospel. Brani come Albuquerque e Shattered Ground rappresentano un nucleo di pace, quasi inafferrabile. La melodia torna a fluire sul finale, accompagnata dal pianoforte, con Balcony Man e la frase che emblematicamente chiude l’album, il riveder le stelle a marchio Cave-Ellis, un verso ripetuto in litania, specchio crudele e squarcio incantevole di ciò che siamo: And what doesn’t kill you just make you crazier.

The world still turns, ever perilous, but containing its many joys. Music remains a balm. Friendships endure.

The Red Hand Files #140

Warren Ellis racconta di un disco nato in un paio di giorni, “un processo accelerato di intensa creatività” nel quale largo spazio è stato dato all’improvvisazione: che sia o meno una leggenda, è bello pensare che l’album sgorghi dalle profondità recondite dell’animo dei due, la poesia dannata e celestiale di uno e il suono intenso e indomabile dell’altro.
Lo stesso Ellis, come di consueto, è divino polistrumentista: suona tutto, dal violino all’harmonium, dal flauto contralto al glockenspiel, senza trascurare la fitta trama elettronica, tra carezze eteree e disintegrazioni fatali. Intervengono anche coro, quartetto d’archi e un paio di batteristi, tra cui Thomas Wydler, già nei Bad Seeds.
Il risultato è un tappeto sonoro che abbraccia uno specchio timbrico vasto e profondo, scandaglio di emozioni, metafore dalle potenzialità pressoché infinite, fondamenta stabile per temi, parole e strutture.

Carnage, letteralmente carneficina, già nel titolo ha un doppio risvolto: il crollo delle certezze, la distruzione del mondo così come lo conosciamo, ma anche il precipizio dinanzi cui si ritrova il singolo individuo, alle prese con il proprio vissuto e il proprio quotidiano. In questo senso, ognuno di noi è protagonista di una storia epica, affronta gli ostacoli imposti da una narrazione collettiva, da un mondo ostile, ma pure dai suoi dubbi e dalle sue paure, persino dalla presa di coscienza della distruzione intorno e dei sogni infranti.
Qui arrivano la musica e la poesia come salvatrici, salvano chi le crea, salvano però, per un processo alchemico, anche chi le ascolta, instillando bellezza e forza. Sospeso fra luce e tenebre, condanna ed espiazione, Carnage ricorda l’unica cosa che ci salverà tutti, nonostante tutto: la speranza.

Immagine in apertura © Joel Ryan.

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