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L’unione tra libri e musica conduce sempre a riflessioni stimolanti. Nel caso specifico, mi ha portata ad approfondire Di ferro e cuoio (Ego Valeo Edizioni), progetto che vede coinvolti Marco M. Colombo Matteo Cantaluppi: il primo è autore di un libro, Di ferro e cuoio, appunto, ambientato nella provincia milanese degli anni Novanta; il secondo firma la colonna sonora di queste pagine, tracce strumentali, minimali, in grado di evocare un profondo senso di desolazione e, a tratti, di smarrimento. Ho intervistato entrambi, personalità ben note in ambito musicale, e approfondito il loro sodalizio artistico.

La musica è protagonista del libro. Come sono stati selezionati i riferimenti e quali sono i passaggi, secondo voi, in cui diventano particolarmente rilevanti o che considerate come focali?

Marco — Nella stesura del romanzo ho cercato di inserire riferimenti musicali, più che modellati sui miei gusti sia attuali che dell’epoca, su quella che era la musica che girava in quel periodo storico. Non ho mai amato particolarmente i romanzi dove l’autore, facendo sfoggio della propria cultura musicale, infarcisce il testo di citazioni spesso un po’ forzate. In Di ferro e cuoio, ad ogni modo, la musica è un elemento non primario ma comunque importante; citando Children di Robert Miles o i pezzi di Grignani, piuttosto che Mellon Collie degli Smashing Pumpkins, ho cercato di raccontare la metà degli anni Novanta in maniera molto aderente alla realtà e ai gusti comuni degli adolescenti dell’epoca. Scrivendo quelle parti, rievocando quei suoni e quelle canzoni, mi sono immerso completamente in quelle atmosfere e mi sono reso conto di quanto certa musica, seppur non completamente nelle mie corde, mi è rimasta dentro e provoca in me un grosso senso di nostalgia per quei tempi.

Conoscendo la vostra storia, il pensiero non può che andare ai Motel 20099 e all’esordio con Romanticismo dalla periferia per giovani teppisti. Il disco sembra in qualche modo essere un archetipo del libro, ad esempio per scenografie e atmosfere: quali sono i punti di contatto?

Marco — Di ferro e cuoio arriva oltre dieci anni dopo il primo disco dei Motel 20099 di cui io ero la voce e Matteo il produttore. Effettivamente dei punti di contatto esistono, sia nelle atmosfere che nelle scenografie. A mio modo di vedere al di là delle tematiche, uno dei punti comuni più evidenti è il registro narrativo che non rinuncia in entrambi i casi ad una sorta di ironia dolce-amara anche in passaggi molto duri e schietti.

Si parla spesso di di film o serie tv tratti da opere letterarie, qui invece il progetto è una colonna sonora: come è nata questa idea? Com’è stato il processo creativo?

Marco — L’idea di base era avere una “original soundtrack” per il romanzo, e ho chiesto a Matteo, che oltre a essere un mio grande amico è una delle personalità più eclettiche e autorevoli della scena musicale italiana, di occuparsene. Avevo suggerito lui che magari delle sonorità hip-hop/urban tipiche degli anni Novanta potessero fare al caso nostro. Matteo invece si è indirizzato verso un suono a lui (e a me) più affine, un ambient nero urbano che vira verso il kraut rock e la musica elettronica più evocativa. Il risultato è un’opera eccezionale, che ha l’ambivalenza di sposarsi a perfezione con immagini ed atmosfere del libo, ma che è anche un disco che credo possa vivere di vita propria anche slegato dal romanzo.

Matteo — Come ha detto Marco, inizialmente si pensava a qualcosa di più urban. Poi, devo dire, a me piacciono molto gli accostamenti di cose apparentemente opposte, e visto che durante la mia lunga permanenza a Berlino (4 anni) avevo accumulato parecchio materiale, ho riaperto i cassetti e ho fatto una selezione. Ne è venuto fuori qualcosa che, leggendo il libro, incredibilmente funzionava. Le rarefazioni si sposano stranamente con l’ambientazione del libro.

Mi vengono in mente, tra le molteplici immagini, l’ambiente claustrofobico della metropolitana, le facciate dei palazzi, quel senso di disagio, ma al contempo di appartenenza, al contesto suburbano: quali sono le immagini che avete provato a evocare con la musica e, da un punto di vista squisitamente musicale, quali sono gli elementi utilizzati per la resa sonora? Penso a timbri, strutture melodiche e via dicendo.

Matteo — I brani sono molto minimali, ci sono pochissimi elementi e c’è molto spazio. Ho lavorato soprattutto su questo aspetto, perché accentua il senso di desolazione che possono darti la periferia e la provincia. Ho cercato di utilizzare suoni sintetici, e qualche sample, in maniera molto emotiva. Mi sedevo davanti al computer quando sentivo che era il momento giusto, cercando di creare un mood, spesso anche slegato da logiche melodiche o armoniche. Non è un lavoro semplice, si tratta di tirare fuori delle emozioni e delle sensazioni da un computer. Non è semplice nemmeno da spiegare (sorride).

Uno dei punti di contatto più evidenti tra libro e colonna sonora sembra essere la scena finale, una sorta di catarsi, ambientata, come dichiara lo stesso titolo del brano, l’unico con un rimando tanto esplicito al testo, a San Clemente. Cosa rappresenta questa traccia?

Marco — La scena finale è una delle parti più catartiche dell’intero romanzo, una sorta di resa dei conti che in realtà affronta anche il lettore, perché mi sono reso conto dai feedback che ricevo che al finale ognuno dà una sua personale interpretazione, ed è un qualcosa a cui ambivo. La composizione di Matteo ha quel sapore di fine che lascia una porta aperta, un qualcosa di definitivo ma irrisolto al tempo stesso.

Matteo — San Clemente è uno dei pochi brani che ha quasi una struttura melodica e armonica, inizia con una dissolvenza, e termina con un’altra dissolvenza. Questi fattori, mescolati all’uso di strumenti di varie epoche (Linn Drum, Mellotron, Pianoforte, Legni, ecc…) creano una sospensione particolare, secondo me perfetta per il finale, in qualche modo.

La colonna sonora del libro Di ferro e cuoio è disponibile su Bandcamp.

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