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Undici brani, originali e cover, registrati in presa diretta: il disco di Raffaele Kohler è vessillo di speranza, è musica immaginifica, politica, viva.

Il nome di Raffaele Kohler, nell’immaginario collettivo, è vessillo di speranza. Tutto inizia lo scorso anno, in quel 2020 sospeso in uno spaziotempo dalla struttura collassata su sé stessa, nel corso di interminabili giorni di strade vuote e silenzio, di una primavera dalle sembianze anacronistiche ritrovatasi nel pieno della pandemia.
In quei giorni, per l’appunto, ogni sera, le note della tromba di Raffaele Kohler serpeggiano oltre la soglia della casa di via Fauchè per conquistare il quartiere, diffondersi in ogni anfratto della città e — imbrigliate dallo streaming e intercettate dalle onde radio — arrivare oltreoceano. Nel corso di questo itinerario serpentino, sfiorano, conquistano e commuovono chiunque, dai passanti casuali ai grandi artisti come, per citarne una, Joan Baez.

La cosa che mi ha commosso è che, a poco poco, si è unita la giapponese pianista del piano di fianco, poi l’anziana di quello di sopra, poi tutta la via. Una sorta di concerto polifonico in divenire.

Raffaele Kohler

A debuttare tra le suddette note, per dovere di memoria, sono state quelle dell’inno della città, una O mia bela madunina finita, alcuni mesi più tardi, nel disco Rondini: ecco la tradizione milanese marciare lungo i viali di New Orleans, abbagliata dalla lucentezza degli ottoni, ecco Kohler e la sua Swing Band, le radici così ferocemente affondate nella sua terra e lo spirito figlio del mondo, instancabile, irrefrenabile nella voglia di cercare, scoprire, incontrare.
Le undici tracce del disco, uscito a novembre del 2020, comprendono diverse cover e brani originali, canzoni in italiano, ma anche in inglese e francese.

Raffaele Kohler, Rondini

Se il pezzo inaugurale dell’album, L’internazionale, è un manifesto, sociale e politico, come del resto — lo ha insegnato la cronaca recente, legata alle restrizioni delle attività artistiche e culturali — sociale e politica è la musica stessa, con il procedere del disco mutano gli stili, nel nome di un unico linguaggio: quello universale delle emozioni, della schiettezza interpretativa, della raffinatezza strumentale.
Si procede così dalla ninna nanna Anteo, scritta da Kohler per il figlio, con un’incursione nelle colonne sonore degli anni Sessanta grazie Summer’s Fading, per lasciarsi ammaliare dall’avvolgente Interlude. Tra le cover, compaiono invece Me so ‘mbriacato, firmata da Mannarino, così come, agli antipodi, lo struggente distillato emotivo di Se stasera sono qui, del sommo Luigi Tenco.

Il disco è registrato in presa diretta, a catturare l’essenza della performance; accanto alla tromba di Raffaele compaiono Luciano Macchia al trombone, la voce di Gabriella De Mango, le chitarre di Matteo D’Amico e Francesco Moglia, il basso di Giovanni Doneda e la batteria di Stefano Grasso.

Il messaggio di Raffaele Kohler, di primo impatto, è certo di speranza verso il futuro. Sondando più in profondità, ascolto dopo ascolto, appare come questo auspicio possa diventare reale: con la musica che rende tangibile la condivisione, la fiducia nel futuro, pronta a riconquistare i propri spazi, dai teatri alle piazze, a tornare a essere incontro, emozione e vita.

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