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In arrivo in Italia, Thalia Zedek racconta del suo nuovo album, di Chris Brokaw e J Mascis, di indipendenza, ispirazione, opposizione e, nel mentre, regala anche un (saggio) consiglio.

C he Thalia Zedek sia nel gotha degli artisti più importanti e influenti degli ultimi 40 anni è un dato di fatto. Lo è anche se non la conoscete, credetemi. Cantautrice e chitarrista, alcune delle sue band, Live Skull, Uzi Come, sono capitoli di storia dell’alternative rock statunitense, la sua carriera solista è intrisa di blues, tra i suoi amici e sodali artistici compare gente come Chris Brokaw e J Mascis, il suo impegno civile è in prima linea e i suoi dischi, la cui genesi dura anche svariati anni, sono cesellati con cura a livello musicale, nonché densi di emozioni.
Il 9 febbraio prossimo, Thalia Zedek sarà in quel di Busto Arsizio (a metà strada circa tra Varese e Milano), per salire sul palco del Circolo Gagarin, in occasione del tour italiano. Proprio questa tappa nella mia città natale ha fatto nascere l’idea di una chiacchierata, parlando di ispirazione e indipendenza, dell’opposizione al governo Trump, di band che hanno fatto tremare la scena underground tra gli anni ’80 e ’90, di Patti Smith e William Burroughs. Con, in coda, uno splendido consiglio che ciascuno di noi dovrebbe tenere quantomeno stampato sulla fronte.

 

Musicalmente e a livello di testi, Fighting Season sembra continuare la parabola di intensità che hai iniziato con Via. Trovo questo disco intenso e drammatico, una cicatrice aperta sull’intimità. Come lo descriveresti?

Penso di concordare sul fatto che forse questo disco sia più teatrale di altri. Mentre le canzoni stesse si collegano tutte tra loro ed esplorano temi simili (conflitto, isolamento, compassione), ho deliberatamente cercato di far emergere ciascuna dalle altre, soprattutto con strumenti diversi. Ad esempio, in Bend Again c’è il classico gruppo rock con chitarra, basso e batteria, mentre in War Not Won ci sono piano, chitarra e viola e in We Will Roll chitarra, viola e violoncello.

Qual è il significato di Fighting Season? C’è un messaggio di forza che vuoi comunicare dietro la tua musica e i tuoi testi?

Ho notato che nella mia vita personale sembro attraversare periodi in cui mi sento in conflitto con le persone della mia esistenza e persino con me stessa! Ci stavo pensando quando ho scritto la title track, Fighting Season. A volte sembra che la gente combatta senza un motivo razionale. Naturalmente c’è anche una riflessione sui conflitti che accadono in tutto il mondo e che sembrano così privi di senso, eppure familiari. E una riflessione sull’attuale amministrazione politica e il governo degli Stati Uniti, a cui mi oppongo fermamente e che ritengo sia importante combattere attivamente.

Il tuo stile vocale è davvero unico ed è una voce naturale per le tue parole. C’è sempre questa dicotomia tra spirito rock ed emozioni profonde. Come crei le tue canzoni? Qual è la tua ispirazione e come si sviluppa il processo creativo?

Le mie canzoni iniziano quasi sempre prima con la musica e poi con i testi. Ho scoperto che, se provo a inserire le parole in una melodia, mi sento goffa e forzata. Suono semplicemente la mia chitarra e, se mi viene un’idea musicale che mi piace, la registro. Ma spesso inizia con una o due idee che ho messo insieme alla chitarra e poi una melodia vocale che sento nella mia testa mentre suono.

Hai lavorato a questo album con la Thalia Zedek Band. Qual è il motivo principale per cui hai scelto di stare in una band piuttosto che continuare come solista?

Ho quasi sempre “ascoltato” le mie canzoni come suonate con una band, mi diverto molto e trovo stimolante collaborare con altri musicisti. Per i miei primi tre dischi da solista ho usato il nome di “Thalia Zedek” ma, quando dopo otto anni suonavo ancora con lo stesso gruppo di musicisti, volevo riconoscere il loro contributo al sound, così l’ho cambiato con Thalia Zedek Band. A questo punto, ho avuto alcuni batteristi diversi e ho inserito un bassista, ma sto ancora suonando con gli stessi viola e piano del mio primo disco solista.

Se dovessi scegliere tre album che descrivono al meglio la tua evoluzione come cantautrice e musicista, quali sceglieresti?

Wow, questa è una domanda difficile. Penso che una band che ho avuto per Homestead Records negli anni ’80, chiamata Uzi, sarebbe stata la prima. Abbiamo pubblicato un EP chiamato Sleep Asylum che è stato ristampato da Matador negli anni ’90. Per me è stato un passo da un tipo di songwriting punk/garage/pop più tradizionale a qualcosa di più sperimentale
Dopo questo, direi 11:11 dei Come, quando mi sono allontanata dallo stile no-wave e noise che ho seguito con i Live Skull verso un approccio più rock and roll e orientato verso le canzoni.
E il terzo disco sarebbe probabilmente il mio primo album solista Been Here and Gone, che è stato pubblicato su Matador Records nel 2001. Era orientato alla canzone, ma molto meno rock and roll ed è stato quando ho iniziato a lavorare con diversi strumenti come piano, viola e tromba, cosa che faccio ancora oggi.

Sto pensando alle tue collaborazioni. Ad esempio, in Fighting Season ci sono Chris Brokaw e J Mascis. Come potresti descrivere la tua relazione artistica con loro e come influenzano la tua musica?

Chris ha ovviamente avuto un’enorme influenza su di me come musicista, poiché abbiamo suonato insieme in una band per oltre dieci anni e siamo stati in tour insieme come artisti solisti negli anni successivi. È uno dei miei chitarristi preferiti e imparo sempre qualcosa suonando con lui. Io e J. siamo stati fan reciproci per molto tempo, ho cantato in alcune delle sue registrazioni e sono stata in tour con i Dinosaur Jr. sia con i Come sia con la Thalia Zedek Band. Mi piace molto la sua musica e l’approccio compositivo. Quando ho scritto Bend Again per Fighting Season, ho potuto sentire il suo sound di chitarra nella mia testa, quindi quando è arrivato il momento di registrare gli ho chiesto se avrebbe suonato. Fortunatamente era libero in quel momento ed è stato in grado di mettere giù quel grande assolo all’ultimo ritornello.

Parlando di Brokaw, non posso dimenticare l’esperienza dei Come: c’è qualche possibilità di una reunion?

Ci riuniamo ancora occasionalmente e in realtà abbiamo appena fatto quattro spettacoli a novembre e dicembre 2018, due in Georgia e due a New York. Se qualcuno ci dovesse offrire uno spettacolo che sembra interessante e che può pagare abbastanza per coprire le spese per viaggiare e provare insieme, lo prenderemo in considerazione. Ci divertiamo molto a suonare insieme e penso che siamo ancora una potente band dal vivo, ma per la maggior parte tutti conducono vite diverse in posti diversi attualmente e quindi penso che le possibilità per un nuovo album siano ridotte.

Leggo spesso delle tue influenze, come le prime band punk e artisti quali Patti Smith, che è una delle mie guide spirituali. Quali musicisti, scrittori e così via, hanno lasciato un segno sulla tua vita?

Penso che Patti Smith fosse davvero importante anche per me. Anche Bob Dylan, i Birthday Party e Nick Cave e i Bad Seeds, Leonard Cohen e una band chiamata Circle X sono stati grandi ispirazioni. Per quanto riguarda gli scrittori, Patti Smith (di nuovo), Antonin Artaud, Anna Kavan, Paul Bowles e William Burroughs hanno tutti avuto un’influenza su di me.

Spesso racconti di incontrare molti fan e amici di lunga data durante il tour. Quanto è significativa questa esperienza per te, volare da una città all’altra e incontrare persone diverse con la tua musica?

È sicuramente un’esperienza significativa per me e alcune di queste amicizie durano da oltre vent’anni a questo punto! Connettersi e incontrare persone attraverso la mia musica è sicuramente una delle cose che amo di più dell’andare in tour, anche se generalmente sto guidando, non volando, di città in città!

Oggi si parla molto del ruolo delle donne nel mondo e della loro autocoscienza: cosa consiglieresti a una donna per essere forte e indipendente in questi anni?

Il mio consiglio è di credere sempre a quello che ci dice lo stomaco e di tenere la mente aperta al cambiamento: dobbiamo però sempre cercare di farci rispettare. Per dirla volgarmente, non farci fottere da nessuno.

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