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Chitarre pulite, pathos epico, rimandi colti, atmosfere cinematografiche: i Ronin sono tornati e Bruno Dorella racconta di Bruto Minore, il nuovo disco.

E ccoli, i Ronin: Bruto Minore è la nuova creatura che si erge nell’intensità nitida delle chitarre, spazia tra citazioni colte, plasma atmosfere da film, non disdegna influssi lontani, che arrivano dalla tradizione mongola. Con Bruno Dorella, nucleo originario di una realtà in continuo mutamento, parliamo del nuovo disco, di punti fermi, dei cambiamenti nella fruizione e creazione della musica. Ed è illuminante.

Il tema della sconfitta, il riferimento a un’opera di Leopardi, la tonalità minore… come racconteresti questa nuova opera?

La sconfitta e il minore sono temi cari ai Ronin sin dagli esordi. La nostra colonna sonora ideale è quella per un film dove muoiono tutti. L’eroe per ultimo, possibilmente insieme all’amata… insomma, roba così. Leopardi va frequentato regolarmente, è un compagno che ha sempre qualcosa da dirti. Agli esami di quinta elementare, nel lontano 1984, recitai Alla Luna… oggi invece trovo complicità in un inno al suicidio (non come via di fuga, ma come ultima, dignitosa opposizione alla pochezza umana e divina) contenuto in Bruto Minore, a cui ho dedicato l’album.

 

I Ronin non sono nuovi a cambi di formazione, questa volta ci troviamo di fronte a una band rinnovata in toto: come ha influito questo sul processo creativo del disco?

Purtroppo non sono mai riuscito a fare due dischi consecutivi dei Ronin con la stessa formazione. Ma va bene così, siamo Ronin, mercenari senza padrone. Questo influenza sempre molto il processo creativo, perché la mia penna si evolve negli anni e avere sempre nuovi arrangiatori intorno sposta le coordinate. Quello che mi sembra di poter dire però, è che nel tempo il sound del gruppo è rimasto riconoscibile. Oso addirittura dire inconfondibile. In questo caso specifico, Nicola Manzan ha portato la sua conoscenza della musica classica derivatagli dal conservatorio, nonché il suo strumento principale, il violino, da affiancare alla chitarra. Roberto Villa ha portato, oltre al suo classico basso stoppato, anche il clarinetto e la sua competenza in fase di registrazione. Alessandro Vagnoni poi si è rivelato batterista estremamente duttile, viene dal turnismo heavy metal, e a sua volta conosce bene la musica, portando idee anche armoniche.

 

Raccontami del brano Tuvan Internationale: come mai questa scelta e come sei riuscito a farla diventare qualcosa di Ronin?

Non ti nascondo che un pezzo così era già nelle nostre corde. Immaginalo in un qualunque film dove muoiono tutti, come colonna sonora: è perfetto, no? La musica tuvana e mongola, col throat-singing, le melodie epiche che ricordano grandi spazi brulli dove la vita è scandita dai cavalli e dai bufali, è il perfetto mix tra immaginario western e cinema asiatico, con quel tocco di rassegnata mestizia russa.

Ascoltando questo disco si percepiscono distintamente due elementi musicali: echi di musica classica, con con archi e clarinetto, e una resa sonora avvolgente, forse merito della registrazione su otto piste. Cosa puoi raccontare di questi due volti?

Gli echi di musica classica sono una mia fissa, c’erano già in Adagio Furioso sin dal titolo e la presenza di Nicola Manzan nella nuova formazione aiuta molto in questa direzione. La registrazione analogica dà invece quella calda pasta sonora del nastro, oltre al feeling di performance live, dovuto al fatto che abbiamo registrato i pezzi suonando insieme e non sovraincidendo. Più che due volti, direi che sono un volto unico, un modo di lavorare d’altri tempi.

 

Ricollegandomi alla domanda precedente: dove e come nasce Bruto Minore, come viene registrato?

Nasce a casa mia, a Ravenna, quando finalmente ho avuto il tempo e la serenità mentale per scrivere pezzi nuovi, dopo anni di pausa coi Ronin, utilizzati per far nascere mille altri progetti e portarli avanti. Gli altri sono molto tecnologici, sono abituati a lavorare in remoto mandandosi file, io sono decisamente il più Neanderthal del gruppo in questo. Però mi sono adattato, ho imparato, gli altri hanno accettato la qualità pessima dei miei demo, e il risultato è che quando siamo arrivati in studio avevamo i pezzi già piuttosto pronti e chiari. L’Amor Mio Non Muore è uno studio esclusivamente analogico a Forlì, gestito dal nostro bassista Roberto Villa: è molto accogliente, le registrazioni sono avvenuto ad un ritmo blando, senza pressione. Poi è arrivato Giulio Favero per i mix, portando invece quella sua tensione perenne che aiuta molto a tirar fuori la tigna nei mix, a fare 101 quando si è già fatto 100. Et voilà, avevamo Bruto Minore.

 

Quando ascolto i vostri dischi trovo sempre dei punti in comune: riferimenti colti, una forte coscienza di sé, una malinconia risoluta. Come vedi il percorso artistico tuo e firmato Ronin?

Come accennavo prima, nonostante i cambi di formazione mi sembra un percorso molto coerente. La mia linea guida negli anni non è cambiata: chitarre pulite, scrittura contrappuntistica, ricerca del tragico, dell’epico, del desolato, della citazione colta o meno, del cinematico. “Malinconia risoluta” mi piace molto, te la ruberò. Contiene la fondamentale informazione che è tutto molto consapevole, non c’è nulla di casuale. Ogni nota nei Ronin ha motivo d’essere.

 

La fruizione della musica è cambiata radicalmente negli ultimi anni, così anche la sua distribuzione, spesso influendo anche sul processo creativo. Come vedi la diffusione della musica in rapporto alle nuove tecnologie?

È un discorso interessantissimo, stimolante ed inquietante al tempo stesso. Il modo in cui si fruisce la musica ha sempre influenzato il processo creativo, si pensi anche solo al fatto che il formato fisico (vinile e poi cd) è solo una piccola parte di storia nella grande evoluzione della musica. Eppure, quella durata compressa in 46 minuti (23 per lato) del vinile, e poi negli 80 del cd, ha portato al concetto di “album”, prima inesistente. Ha portato all’ascolto casalingo di una singola performance, quella immortalata in studio. Prima ancora questa era legata al possesso di una radio, al formato della singola canzone. Prima ancora la musica si LEGGEVA, ed eventualmente si ascoltava eseguita da qualcuno… quasi mai chi l’aveva scritta. E prima della scrittura musicale c’era solo l’ascolto occasionale, sul momento. Ed anche l’ascolto è stato influenzato dalle abitudini nella storia. Ora siamo allo streaming digitale, al tutto a disposizione di tutti, al commento in tempo reale. Non mi spaventa la scomparsa dell’oggetto fisico, e non credo che scomparirà la musica dal vivo. Certo, scordiamoci i sabati sera a girare per concerti come si faceva negli anni 90. Da quando suono professionalmente è la prima volta che mi trovo davanti ad un tale cambiamento storico, sia nella fruizione che nei gusti della gente. I Ronin si ritrovano più che mai nel loro habitat: fuori moda, fuori target, reietti. Mercenari, gentiluomini, eroi.

Il nuovo tour dei Ronin debutta il 28 settembre dagli amici del Circolo Gagarin, in quel di Busto Arsizio (Varese).

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