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Ovvero di come mettere da parte la consueta riservatezza per elaborare un vuoto ancora presente

 

Erano da poco passate le otto del mattino. In quei minuti, l’11 gennaio dell’anno scorso, scrivevo (quasi) senza riflettere un post su Facebook:

Ditemi che non è vero e viviamo ancora in un mondo dove David Bowie esiste, vi supplico.

Così, seduta su un treno in direzione Milano, avevo scoperto che uno dei monoliti di musica e cultura della storia recente era scomparso da poche ore, dandone mio malgrado notizia a chi ancora non aveva sbirciato le news di social e quotidiani.
David Bowie rimarrà per sempre uno dei tanti (o pochi, a seconda della prospettiva) artisti che non ho avuto l’onere e l’onore di intervistare, il musicista ammirato un’unica volta in concerto anni or sono, il capostipite di quello che verrà ricordato l’Annus Horribilis della musica, ma non solo: rappresenterà la linfa vitale che scorre tra pagine di libri, colori di moda, tele di artisti, tracce di dischi, pellicole cinematografiche, paesaggi urbani. Frammenti di Bowie son disseminati impalpabili in una moltitudine di esperienze che, una dopo l’atra, sono in grado di segnare una singola vita e il mondo intero. Ed è proprio in questo che si racchiude la sua immortalità: non solo in un talento immenso, ma pure nell’averlo trasmesso e donato in maniera multiforme, senza confini di tempo e spazio; nell’essere stato in grado di abbattere i confini di genere per diventare archetipo culturale.

L’eredità artistica di Bowie è immensa e raccoglie oltre cinquant’anni di opere. Di lui hanno disquisito giornalisti, registi, storici e filosofi, la grande mostra David Bowie Is (curata dal V&A Museum di Londra) lo ha celebrato quando ancora era in vita. Un giudizio critico ragionato e molteplici opinioni, soprattutto in questi giorni, sono espressi da molti: a livello personale, di tutti i motivi che mi hanno aiutata a crescere e che lego a Bowie, ne ho intercettati cinque, tra grandi peripezie e con il massimo dell’umiltà.

 

“Low”, la musica

È il primo disco della Trilogia Berlinese e uno degli album più influenti nella storia della musica, eppure all’epoca non lo conoscevo. Quando ero un’adolescente, David Bowie era un non meglio identificato (bravo) musicista, nonché Re dei Goblin. Tutto ciò fino a quando non sentii parlare proprio di questo disco dal cantante e bassista di una band allora esordiente (Marco Castoldi, questo grazie è per te, ndA). Trovai questo disco in un negozio dell’usato e lì sì che mi si spalancò un mondo: il tocco di Brian Eno e Tony Visconti, le atmosfere strumentali che prendevano corpo dai solchi del disco, i rimandi a Neu! e Kraftwerk furono tutti elementi condensati in una testa sulla via della musicofilia più convinta. Da questo punto in poi l’ascolto delle opere di Bowie divenne consapevole e attento, con scrupolosa dedizione al passato e attesa fremente del futuro. Inoltre, forse ancora non lo sapevo, ma scrivere di musica (in modo particolare britannica) avrebbe segnato un solco indelebile nella mia vita futura.

 

Berlino, la città

A proposito di storie berlinesi: è il 1976 quando Bowie, in seguito a una profonda crisi personale e artistica, abbandona gli Stati Uniti alla volta della Germania. Proprio nella capitale tedesca, dove vive con Iggy Pop, dà alla luce la già citata Trilogia. La linfa vitale di questa città scorre nelle vene di Bowie e non lo abbandona per il resto della sua vita: Berlino era, ed è tutt’ora, fucina creativa, speranza concreta, pietra miliare di rinascita. Ancora oggi è possibile visitare dei luoghi fondamentali: al di là di una sbirciata al 155 di Hauptstrasse, dove David Bowie e Iggy Pop risiedevano, anche locali, caffé o lo stesso Brücke-Museum, dove l’artista britannico venne investito dalla carica estetica dell’espressionismo tedesco. Insomma, Berlino è una città che lascia traccia e anche io, nel mio piccolo, ne sono testimone.

 

“Labyrinth”, il cinema

Jareth, il Re dei Goblin, è uno dei personaggi fantastici più inquietanti e ammalianti mai creati. E in questo caso Bowie è tra i protagonisti di un film culto, uscito quando io mi sedevo tra i banchi delle elementari: in sostanza, qui parliamo di una fascinazione che attraversa le fasi fondamentali dello sviluppo di una persona (i risultati saranno considerati in altra sede). Con il passare degli anni, le apparizioni dell’artista al cinema, nelle serie tv e in camei vari ed eventuali sono stati una costante. Ad esempio, dimenticare Bowie che interpreta se stesso in dimensioni tanto antitetiche come la versione cinematografica di Christiane F. e il sontuoso Zoolander è impossibile. Nella mia mente egli compare in Basquiat accanto all’artista rivoluzionario e a un altro idolo quale Andy Warhol), in una giornata uggiosa mi mette davanti a uno schermo per dare un’occhiata a Il mio West (confessione: ho skippato varie scene) e poi arriva sull’altare di Christopher Nolan con The Prestige.
Per l’appunto.

 

Nikola Tesla, la storia

Nikola Tesla non è un semplice fisico o inventore, bensì un rivoluzionario: la sua figura è affascinante e da sempre calamita l’attenzione e non solo di Christopher Priest, autore del romanzo da cui è tratto il film di Nolan. Camminare per le strade di Belgrado vuol dire trovare le sue immagini ovunque, dall’aeroporto alle banconote, per arrivare al museo in suo onore. La sua figura, realmente in bilico tra storia e leggenda, tra costante tensione verso il progresso e rivoluzione, è più avvincente di decine di sceneggiature. Lo stesso regista ha fatto di tutto pur di avere Bowie nel cast e interpretare quel ruolo:

Tesla was this other-worldly, ahead-of-his-time figure, and at some point it occurred to me he was the original Man Who Fell to Earth.
— Entertainment Weekly

 

Tutti gli altri, le collaborazioni

Ovvero tutto quegli artisti che, per essere stati sfiorati da Bowie, hanno acquisito per la sottoscritta fascino e attenzioni particolari. Il nome di Bowie è garanzia per scoprire le produzioni di Tony Visconti, entrare nuovamente in contatto con un altro monolito della musica quale Lou Reed, lasciarsi elettrizzare da Iggy Pop, approfondire il talento di Robert Fripp, consolidare l’amore per i Rolling Stones, riscoprire i Queen, incensare ulteriormente i Nine Inch Nails, togliere la polvere dalle creazioni di Giorgio Moroder, stupirsi nel vederlo tra Arcade Fire e Placebo. E temo non siano tutte le intersezioni artistiche e musicali create.
Ed è proprio questo che mi ha portata a pensare che mi sbagliavo, alla grande: David Bowie esiste ancora, vive nelle sue opere immortali e nella lezione lasciata a tutti.

Per tutto questo, il vuoto resta incolmabile ma la consapevolezza di un patrimonio artistico dal valore smisurato non crollerà mai.

PS: la pronuncia è /ˈdeɪvɪd ˈboʊ.iː/.

Immagine in apertura dal video di “Space Oddity”.

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